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Il libro necessario di Dom Simon Jubani

Recensione del volume "Dal profondo dell'inferno ho visto Gesù Crocifisso. Un sacerdote nelle prigioni comuniste albanesi"

Anna Lattanzi Anna Lattanzi
4 Luglio 2024
Simon Jubani

Dom Simon Jubani

Caro lettore, non pensare che ai miei tempi la vita di un parroco cattolico fosse semplice, perché “testardo” com’ero nella mia predicazione usavo lo stesso linguaggio che uso ancora oggi. Ero rimasto un uomo libero, avverso più di ogni altra cosa al partito comunista che, per via del mio atteggiamento, sequestrò tutti i beni delle mie chiese tra le montagne di Mirdita, sui sentieri delle capre, dove ero costretto ad arrampicarmi a piedi poiché non avevo neanche un mulo per spostarmi. Le funzioni religiose erano molte e dovevo sudare sui ripidi sentieri di montagna della mia missione. Persino la mia casa era stata occupata dall’infermeria del paese e il suo infermiere Malik Soqol Djala, aveva trasformato la mia cella monastica in un centro di corruzione, in un bordello diretto da uno a cui avrei affibbiato una serie di epiteti dispregiativi se non fossi un sacerdote cattolico.

Copertina Jubani

Un libro potente e necessario Dal profondo dell’inferno ho visto Gesù crocifisso ( Burgjet e mia, Scutari 2021) di Dom Simon Jubani, (8 marzo 1927 – 12 luglio 2011), pubblicato recentemente da Edizioni Cantagalli, nella traduzione di Edlira Çiftja. La Presentazione del testo è stata affidata a mons. Angelo Massafra, la Prefazione è di Dominique Combette, l’Invito alla lettura di padre Daniel Gjeçaj, l’introduzione e la postfazione di Ana Luka. Il volume è impreziosito da foto e da ricche appendici, che offrono importanti informazioni, come l’elenco dei 38 martiri del comunismo in Albania, beatificati a Scutari il 5 novembre 2016 e diverse mappe, tra le quali, quelle delle prigioni e dei campi dell’Albania comunista e delle parrocchie servite da dom Simon Jubani.

Lì mi trovarono e in pieno giorno mi strinsero le mani con due anelli di ferro: dovevano essere le manette! Pensate che grande umiliazione, non tanto perché ero innocente, ma perché a stringermi quelle manette arrugginite erano i peggiori distruttori della nazione e del popolo albanese, proprio quelli che oggi piangono lacrime di coccodrillo per le centomila persone uccise con le loro stesse mani. 

È una testimonianza preziosa e drammatica quella che dom Jubani lascia ai posteri, ripercorrendo le tappe più importanti della sua vita e i ventisei anni trascorsi nelle carceri comuniste, dove subisce torture indicibili. Una volta scarcerato, il 4 novembre 1990, celebra  la prima Messa pubblica in Albania, a emblema del crollo del regime.

Tutto inizia il 30 marzo 1963, quando il sacerdote viene tratto in arresto, perché è un servitore di Dio e desidera portare avanti il credo religioso, impartendo i sacramenti. L’Albania è nel periodo più cruento della dittatura, che vuole rendere il Paese ateo, usando la coercizione e la violenza. Il tiranno mette in atto una vera e propria rappresaglia nei confronti dei religiosi, degli intellettuali e di chiunque costituisca, (a suo dire), una minaccia. Dom Jubani ricorda, con dolore, la figura del martire monsignor Ernest Çoba.

[…] l’ottimista, l’ispiratore più grande che io abbia mai conosciuto in quei tempi di terrore, che con il suo eterno sorriso e con la sua parola ha guarito migliaia di cuori in quella dura epoca, malgrado fosse circondato dai tentacoli della Sigurimi presenti ovunque, è entrato nella storia della Chiesa cattolica albanese, tanto per la sua santità, quanto per la resistenza eroica testa a testa con la dittatura.

Nonostante il regime imponga di non professare alcuna religione e prosegua con gli arresti, decimando la rosa dei sacerdoti cattolici e trasformando i luoghi di culto in attività qualunque, Jubani non smette di professare la religione, di richiamare a sé i fedeli e di celebrare messe, con un grandissimo seguito.

A maggio del 1958, nel mese che celebra la Madonna, Madre di Dio, il Partito decreta che i cattolici debbano essere severamente puniti, poiché non intendono seguire le regole governative. Bisogna iniziare dai preti, costruendo un’accusa ad hoc. Così dom Jubani finisce in carcere, dove subisce le peggiori torture.

Dopo quattro ore di viaggio mi catapultarono in una delle celle della polizia di Lezha. Capii dove mi trovavo solo dopo aver sentito in tutto il corpo il freddo gelido della cella. Mi avevano sciolto dalle catene buttandomi sul sudicio pavimento di legno. Mi sentii riposato come chi ha appena toccato terra dopo aver lottato per salvarsi dalle onde dell’oceano. […] Tutto era compiuto: ero crocifisso. 

Il religioso descrive, con cristallina lucidità, tutta la ferocia vissuta durante gli anni della prigionia, le violenze fisiche alle quali è stato sottoposto, tanto da perdere tutti i denti, oltre alle terribili vessazioni psicologiche: tutto questo, solo perché è un sacerdote, dedito alla parrocchia di Mirdita e ai suoi parrocchiani, l’unica forza, quella che lo tiene in vita durante la detenzione. Al termine di un processo fittizio, nutrito con capi d’accusa inesistenti, lo conducono al carcere di Burrel.

Un inferno peggiore di quello descritto da Dante Alighieri. Per descriverlo è stato creato un terrificante versetto che ne racchiude l’atrocità «Burreli, entri vivo e non esci più!» poiché le sue mura si innalzavano su ossa umane. Tutt’intorno c’erano le tombe schiacciate dei carcerati defunti, coperti solo di terra come animali, senza onori, eliminati con torture disumane, condannati per il solo crimine di credere in Dio o di chiedere il rispetto dei diritti dell’uomo. 

In una cella di otto metri per quattro vengono rinchiusi in trentasei; è lì che mangiano, dormono ed espletano i propri bisogni. Non hanno acqua né per il bagno, né per bere. A tutto questo si aggiungono i soprusi, gli interrogatori fiume, le urla, le botte, i lavori forzati. Dom Jubani descrive, in modo realistico, quanto accade con i carcerieri di Enver Hoxha. La preghiera e la poesia diventano gli unici strumenti per non impazzire, l’unico modo per continuare a vivere.

Dal profondo dell’inferno ho visto Gesù Crocifisso è un’opera acuta scritta da chi ha vissuto, in prima persona, quanto riportato in forma diaristica. Dom Simon non ha mai abbassato la testa, né in prigione, né fuori da essa, condannato con l’assurda accusa di aver celebrato i battesimi. Dopo ventisei anni di carcere, una volta fuori, i fedeli acclamano a gran voce la celebrazione della Messa, nonostante ci fosse ancora il terrore comunista. Il sacerdote accetta, temendo di perdere la vita, ma ormai, il potere rosso è indebolito.

Un libro coraggioso, in cui non si risparmiano parole di accusa nei confronti della dittatura e degli uomini che hanno fatto male agli altri uomini. Jubani non trascura di giudicare la democrazia succeduta al regime, definendola una farsa, una finzione, proprio come il noto periodo di transizione che avrebbe dovuto riscattare l’Albania.  Altrettanto forte è la postfazione di Domenique Combette in cui si ritrova uno dei tanti pensieri espressi da dom Jubani:

«Sotto il comunismo gli albanesi rubavano i soldi con una mano, ora in condizione di libertà rubano con entrambe le mani. È così che concepiscono il concetto di libertà».

Leggere Dal profondo dell’inferno ho visto Gesù Crocifisso significa addentrarsi nel periodo storico che vede protagonista la dittatura albanese, considerata la più sanguinaria tra quelle che hanno afflitto i Balcani. Dom Simon, con le sue parole cariche di sofferenza e verità, trascina il lettore in un vortice di emozioni e di consapevolezza, narrando senza mezzi termini la tragedia albanese, della quale, ancora troppo poco si parla nel nostro Belpaese.

Argomenti: Dom Simon Jubani
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