Il canto dei lendini

L’Albania dei primi anni del comunismo e la dura legge del Kanun – il codice d’onore che segna i destini della gente comune – sono il motore della storia narrata dallo scrittore contemporaneo Manfred Bushi, classe ’69, nato nel villaggio di Krajnë, quando la Terra delle Aquile era il regno delle contraddizioni, ed emigrato in Italia nel ’94.
“Fran si era alzato di buon umore. Aveva sognato suo fratello, ucciso due anni prima. Un bellissimo sogno, dove entrambi si erano seduti vicini all’alambicco, cantando, scherzando e ridendo come una volta. Si convinse che era un bel presagio e, mentre si rivestiva, ci ripensava continuamente. Uscì di casa e si diresse verso la baracca dove teneva gli arnesi. Mentre era sotto l’albero del ciliegio vide uno scarabeo che spingeva una enorme palla di sterco. Sembrava un Sisifo che qualche dio senza cuore aveva fatto reincarnare nelle sembianze di questo insetto corazzato e poco grazioso. Fran alzò un po’ il piede e si preparò a schiacciarlo borbottando: in che casa di merda vuoi crescere i tuoi figli? Ma poi gli venne in mente che, quando avevano costruito una parete divisoria in casa, oltre ai mattoni crudi avevano usato una malta fatta di argilla, fieno e sterco di vacca. Era ancora un ragazzino allora, ma lo ricordava bene. Abbassò il piede e lasciò andare lo scarabeo seguendolo con gli occhi. “Forse le cose che abbiamo in comune con gli altri esseri ci impediscono di fare del male”, disse tra sé e sé, ma poi si rese conto di aver fatto un ragionamento sbagliato. “Gli uomini hanno molte più cose in comune, ma alla fine si sbranano tra loro”.