Arrivò l’inverno e là dentro non potevo più stare neanche coperto con quattro piumoni. Il freddo e l’umidità mi trapanavano le ossa. Quando pioveva a vento il lamento sinistro della porticina di ferro mi giungeva fin dentro lo stomaco. Erano le condizioni ideali per modificare l’indole di chiunque. Mi ritenevo un giovane aperto alla comunicazione e alla socialità; sentivo che mi stavo aprendo al silenzio e alla solitudine. Buona parte delle parole che avrei voluto dire mi si seccavano in gola. Un giorno, uno dei miei compagni di fatica, con il quale avevo legato leggermente di più perché si chiamava come me, mi portò dove stava lui con altri sei lavoratori: una classica casa pugliese dai muri spessi tinteggiati con calce viva e le volte in tufo bianco. Faceva freddo anche là ma almeno c’era la possibilità di una doccia calda.
Era usanza dei miei connazionali ammassarsi in tanti dentro una casa per risparmiare sull’affitto. Compravamo lo stretto necessario per vivere: pane, uova, olio, zucchero, latte. Il resto ce lo procuravamo nelle terre che lavoravamo. Non potevamo uscire tutte le volte che volevamo, poiché la polizia italiana, la guardia di finanza e i carabinieri davano la caccia a quelli come noi. Quando li prendevano li spedivano dritti sul traghetto per Valona che partiva da Brindisi ogni sera alle ventitré. Fortuna che la Puglia era all’epoca anche terra di contrabbando di sigarette e, tra noi clandestini e i contrabbandieri, le forze dell’ordine sceglievano sempre i contrabbandieri.
I contadini ci proteggevano perché eravamo mano d’opera assai conveniente, ragione per cui, nel tempo, ho potuto cogliere pomodori a Cisternino e bietole a Giovinazzo, ho fatto il manovale a Martina Franca e piantato ombrelloni al Lido Tavernese di Montalbano, accettando tutto senza lamentarmi poiché mi ritenevo l’unico responsabile della mia condizione di clandestino. Sono riuscito a regolarizzare la mia posizione solo nel 1996, tramite la legge Martelli, e la prima cosa che ho fatto appena ho avuto un regolare permesso di soggiorno è stato prendere la patente di guida e comprami una Fiat Uno con cui lasciare la Puglia. Ci dicevano (e ci dicevamo) che al Nord c’erano il lavoro vero e i soldi veri. La Puglia era l’Albania dell’Italia, ci dicevamo. Ed è vero, perché ogni volta che ci torno, solo a vederla scorrere dai finestrini della macchina, mi emoziono come se tornassi a casa da mia madre. Sta di fatto che tramite un altro connazionale conosciuto nei campi di pomodori a Cisternino mi trasferii in Maremma, dove iniziai a fare il più bel lavoro che uno come me potesse sognare di fare: riempire un furgoncino con le buste di pane caldo appena uscito dal forno e distribuirlo agli indirizzi segnati a pennarello sulle buste, da mezzanotte alle otto del mattino. Le prime quattro ore servivano per preparare il mezzo e dare una mano con varie incombenze di pulizia al forno; dalle quattro in poi si viaggiava. Accettai un mese di prova gratuito affiancando il vecchio autista che stava per andarsene in pensione, perché speravo che quel posto diventasse mio.

L’opinione
La danza delle pietre bianche, il libro di Leonard Morava pubblicato recentemente da Marlin Editore, vede come protagonista Samir, venduto per un capo di bestiame e adottato da una coppia unita dalla cultura e dal senso di ribellione. Proprio come cresce Samir, diventando un giovane acculturato e fortemente ribelle. A fare da sfondo alle storie, la Storia dell’Albania, dal regime comunista a quel periodo di confusione successivo alla sua caduta, fino alle svariate traversie che l’hanno portata a essere una nazione in costante transizione.
Dopo 45 anni di chiusura e di privazione totale della libertà, il popolo si ritrova, improvvisamente, tutto quello che gli è sempre mancato. La felicità sfocia presto nella disperazione, poiché è necessario saper gestire ciò che è alla base dell’emancipazione e dell’indipendenza. Samir, all’inizio, affronta bene gli accadimenti, ma a un certo punto non ci sta, non vuole soffrire, non riesce ad accettare ciò che non può gestire e allora scappa, abbandona l’Albania, la sua terra. Arriva in Italia dove vive tutte le difficoltà di chi approda in un nuovo posto, pur sentendo il profumo dell’accoglienza. Qui costruisce la sua esistenza, affrontando le ostilità e le bellezze che essa gli pone davanti.
Morava tratta, in maniera schietta, la tematica dell’identità, cara a coloro che lasciano il proprio Paese, che sentono di dare uno strappo violento alle radici, rimanendo stranieri nel posto che li ospita ed estranei in quello che ha dato loro i natali. Una sorta di “via di mezzo”, che non trova il giusto equilibrio tra gli etimi e le novità, tra la nuova vita e l’attaccamento a quel pezzo di tempo vissuto, che non accetta passaggi e cambiamenti. Nasce così una danza tra i ricordi delle violenze, delle sofferenze e dei lutti e quelli che rievocano profumi, parole e gesti che non torneranno più.



