Rientriamo in casa con il nostro bottino e la casa è soprattutto la grande stanza dove ci riuniamo tutti: i nonni, gli zii, i miei cugini e io. Un giorno farò il liceo classico in Italia e imparerò che l’antica città di Sparta era famosa per la ruvidezza dei modi dei suoi abitanti e l’estrema frugalità delle loro vite. Nel febbraio del 1996, però, non ho idea di essere nata dalle parti di Sparta, che che l’arredamento di casa dei nonni potrebbe essere a tutti gli effetti definito spartano. Lungo il muro ci sono due grosse panche. Le ha costruite nonno con il legno di un ulivo secolare che era stato abbattuto perché toglieva spazio all’orto. Le radici riaffioravano per metri come arti informi di un corpo mal sepolto, snodandosi tra le patate e i cavoli. Il ventre cavo dell’ulivo era stato per me un rifugio, quando giocavo a nascondino con i ragazzini del paese. Ma un giorno dopo che un cavallo era morto schiumando ai suoi piedi, i miei zii ci avevano trovato un covo di vipere. Un mulo o un asino sarebbe già stato un problema, ma un cavallo era come un vero e proprio lutto per la famiglia. I Gorçki non possono perdere cavalli o bambini per colpa di un albero che toglie spazio alle patate, fa da ricetto alle vipere e non produce più nemmeno così tante olive. I Gorçki siamo noi, per il cognome dei miei nonni, anche se io ne ho uno diverso senza saperne il perché. Comunque a tirar giù l’olivo ci si erano messi in tre e avevano portato a termine il lavoro in un pomeriggio.

L’opinione
Le favole del comunismo, pubblicato da Marsilio Editori nel 2024, è il libro d’esordio dell’albanese Anita Likmeta, arrivata in Italia quando aveva poco più di dieci anni. Qui ha condotto gli studi e oggi è un’imprenditrice di successo. Il testo, caratterizzato da una profonda impronta autobiografica, racconta, attraverso le vicende di Ari, la protagonista, quanto Anita ha vissuto sulla sua pelle durante l’Albania del comunismo e quanto porta ancora con sé l’intero popolo albanese.
Ari nasce e vive parte della sua infanzia nel periodo della dittatura, in un villaggio nei pressi di Durazzo. Dopo la caduta del muro di Berlino, crolla anche il regime, ma la miseria continua ad attanagliare il Paese. La bimba trascorre la sue giornate con i nonni, poiché la mamma si trova in Italia, nel tentativo di costruire un futuro migliore. Ari e la famiglia vivono in povertà, come tutti, con quello che passa lo Stato, barcamenandosi come possono. I nonni non vogliono abbandonare l’Albania: si sentono vecchi e stanchi.
Si dimenticano di iscrivere la nipotina a scuola, motivo per cui subisce le prese in giro degli altri, che fanno illazioni dolorose anche sulla sua mamma. La piccola non riesce proprio a comprendere il motivo di tale accanimento.
Anita Likmeta disegna il profilo di due Ari opposte tra loro, abitanti di due mondi agli antipodi: la bimba di ieri, povera, in una società disperata e la donna di oggi, realizzata, che vive in una casa nel centro di Milano e che possiede tutto ciò che desidera.
A fare da sfondo alle vicende narrate è la Storia dell’Albania, un Paese che ha dovuto ricostruirsi, raggiungendo ottimi risultati, ma che ancora, in qualche modo, vive in quella ricostruzione. L’autrice, con sarcasmo e una punta di drammaticità racconta dell’infanzia di una bimba che ha dovuto crescere in fretta, a immagine speculare dell’evoluzione di una nazione che si è ritrovata libera dopo 45 anni di dittatura, senza saper gestire quella libertà.


