Anita Likmeta è un’imprenditrice nata a Durazzo, in Albania, durante il regime comunista di Enver Hoxha, naturalizzata italiana. Arrivata in Italia dopo la guerra civile nel 1997 ha conseguito la maturità classica e si è laureata in Lettere e Filosofia. È stata premiata nel 2021 fra le “Inspiring 50” in Europa secondo il Corriere della Sera. Dal 2020 al 2023 é stata Ambassador Connect Albania per IOM – UN Migration. Inoltre, è stata candidata diverse volte alle elezioni politiche italiane in area progressista liberale. Le favole del comunismo, pubblicato da Marsilio Editori a maggio 2024, è il suo primo romanzo.

Perché decide di scrivere Le favole del comunismo?
Ho intrapreso la stesura di questo romanzo numerosi anni or sono, precisamente diciassette. Avvertivo nel profondo dell’anima il germe di una narrazione che premeva per essere rivelata, una narrazione che ritenevo importante. Questo racconto mi opprimeva l’animo, rendendo arduo, se non impossibile, mettere un punto definitivo. Il percorso di creazione si presentava come un viaggio lungo e tortuoso, colmo di intricati nodi da dipanare e successivamente intrecciare. Era un enigma complesso, un mosaico frammentato da ricomporre, come un figlio a cui dovevo infondere vita per poter, a mia volta, rigenerarmi e risorgere a nuova esistenza.
Il testo ha un’impronta profondamente autobiografica. Quanto questa scelta ha facilitato la stesura e quanto, invece, l’ha resa difficile?
Non credo sia importante stabilire quanto sia autobiografico il mio romanzo.
La letteratura, priva di altra finalità se non quella di tessere il filo di una storia, deve andare oltre l’ego dell’autore. Ritengo di aver adempiuto a questo compito.
Quanto di quella infanzia porta ancora con sé?
La mia infanzia si è dipanata in un contesto bucolico, né più né meno significativa rispetto a quella dei miei coetanei albanesi che hanno condiviso il medesimo periodo storico. Ho sperimentato dolori, né più né meno rilevanti di quelli patiti dagli altri miei compaesani. Il dolore, se sapientemente utilizzato, può trasformarsi in uno strumento di emancipazione, conducendo alla liberazione dell’animo. Io non mi distinguo dagli altri albanesi che trovano eco delle proprie esperienze ne Le favole del comunismo. Io sono come loro.
Qual è il suo sguardo, quello che ha oggi, nei confronti dell’Albania?
L’Albania, a mio avviso, rispecchia profondamente la mia generazione. Ha vissuto una rapida e intensa crescita, priva di una vera infanzia e adolescenza, ritrovandosi così nella maturità con capricci immaturi. La nazione, incapace di riconoscere i propri errori, ignora l’arte del conflitto costruttivo e della riconciliazione. In questo è davvero molto simile all’Italia. L’Albania è come una matrigna per i suoi figli, mentre gli albanesi, sparsi nel mondo, ambiscono ancora al riconoscimento da parte della loro patria. In esilio, diciamo così, si ha nostalgia, ma spesso è la nostalgia di qualcosa che non esiste più, o, meglio, di qualcosa che non esiste ancora.
Due parole sui rapporti Italia-Albania.
L’Italia è il principale partner commerciale dell’Albania, mentre quest’ultima riveste per l’Italia un ruolo strategico, un pedone prezioso nelle partite di dadi sui tavoli privilegiati della politica europea. Auspicherei che i nostri politici, di entrambe le sponde dell’Adriatico, si dedicassero con maggiore solerzia alla possibilità di integrare le pensioni per gli albanesi in Italia. Desidererei che l’Italia operasse con più determinazione per agevolare il processo di adesione dell’Albania all’Unione Europea. Sarebbe auspicabile che l’Albania ambisse a un ruolo di maggior rilievo, perché ce lo siamo guadagnati col sudore. Invoco il ritorno di un’aristocrazia: operaia, contadina e intellettuale, capace di ridare dignità e spessore a una nazione che merita di essere più di un semplice pedone nel grande scacchiere europeo.


