Giovanni Verga, giornalista, è autore di reportage in Afghanistan e in Medio Oriente, in Palestina e in Siria. È tra i vincitori del Premio giornalistico “Guido Vergani. Cronista dell’anno” (2005), del Premio “Giornalisti del Mediterraneo” (2012) e del premio giornalistico internazionale “Cristiana Matano. Lampedus’amore” (2020).
È autore dei libri Vivere in Palestina tra tablet, Muri, Bibbia e Corano ( Infinito Edizioni, 2014) e In viaggio con la Jihad. Afghanistan, Siria, un reportage di frontiera (Alpine Studio, 2016). È discendente dello scrittore verista.
In questa intervista ci parla del suo ultimo libro L’uomo che non doveva mai morire. L’Albania e il regime di Enver Hoxha, pubblicato da Prospero Editore nel 2024.

Partiamo dal titolo, che ha scatenato qualche polemica: L’uomo che non doveva mai morire. Perché questa scelta e perché quella di inserire in copertina il volto del dittatore, altro elemento controverso?
Questo libro è nato dall’incontro abbastanza casuale con persone che avevano avuto esperienza in prima persona dell’oppressivo regime di Enver Hoxha e dei suoi servizi segreti, il Sigurimi. Le loro storie mi erano sembrate talmente paradossali che meritavano di essere raccontate, cosa che, in Italia, in pochi hanno fatto. Un libro di “storie” dunque, non di storia: io lo definirei un “reportage nel passato”, in cui alcuni testimoni, (anche molto noti), raccontano come la loro vita fosse diventata una sorta di psicodramma.
Queste persone sono citate solo col nome di battesimo (Fatos, Tanush, Vera…), confidenzialmente, come fanno i ragazzi tra loro, perché erano ragazzi quando si sono visti rubare la gioventù da un regime paranoico. E anche Hoxha viene chiamato solo Enver, in modo cameratesco, per smontarne l’immagine mitizzata della propaganda, (“L’uomo che non doveva mai morire”, da cui il titolo, che intende riprendere uno slogan del regime e non certo celebrarlo), riconducendolo a quello che realmente era: un ragazzotto di provincia un po’ avventuriero, un uomo senza qualità, ma abile e senza scrupoli, che è riuscito a tenere sotto scacco una nazione per quarant’anni. Riguardo alla copertina, è una scelta dell’editore, che ritengo corretta: un libro su Enver Hoxha, che altro dovrebbe avere in copertina?
Hai narrato l’Albania della dittatura attraverso racconti di vita vissuta. Cosa ti hanno lasciato queste testimonianze e soprattutto, cosa ti hanno insegnato in più, rispetto alle tue conoscenze acquisite attraverso gli studi?
Come ho detto, questo libro è nato dall’incontro con testimoni che hanno conosciuto il regime molto tempo fa. Ha costituito una fortuna ed un’occasione da non perdere, perché tra qualche anno non sarà più possibile ascoltarli.
Queste testimonianze non hanno aggiunto qualcosa, sono state proprio la motivazione, la “spina dorsale” e l’essenza stessa del libro. Gli approfondimenti sono arrivati dopo, per completare i racconti e inserirli nel loro contesto. Una raccolta di materiale, che, tra l’altro, si è rivelata estremamente difficoltosa, proprio perché quelle “tracce” avevano infinite e complicate ramificazioni che andavano ricostruite.
L’Albania è un Paese che si trova alle nostre porte: eppure, si sa molto poco della sua storia e in particolare del periodo della dittatura. Sembra quasi manchi la voglia di approfondire tale conoscenza. Perché, a tuo avviso?
Ho constatato anch’io che l’interesse nel nostro Paese per l’Albania è molto scarso. Anzitutto si sa poco, nonostante i rapporti del tutto privilegiati che l’Italia ha avuto con quella nazione. Esiste, quindi, una lacuna di conoscenza da colmare, prima di tutto. In più, l’interesse della pubblica opinione e dei media italiani per gli affari esteri è limitato, come si sa.
La chiusura totale al mondo, obbligata da Hoxha ha fatto il resto: l’Albania per decenni è stata un “grande vuoto”, un “buco nero” in piena Europa, da dove nulla trapelava. Ecco perché si sa poco ed ecco perché ho ritenuto importante scrivere questo libro. Forse ora, con l’accordo del governo sulle strutture di accoglienza per i migranti, i riflettori dei media saranno puntati di più sull’Albania.
Dopo il crollo del regime nessuno ha pagato: nessun processo, nessuna condanna. Oggi, in Albania, si trovano spesso a confronto coloro che hanno subito ferocemente le conseguenze della dittatura e chi, in qualche modo, ha collaborato con essa, per costrizione o per scelta. Secondo te, come si vive, in questo Paese, l’irrisolto?
L’ultimo capitolo del libro tratta, seppure in modo indiretto, di questo problema. Inizia dalla descrizione del progetto di riqualificazione della grande piazza Skanderberg, ormai concluso, che l’ha trasformata, snaturandola del tutto rispetto al suo aspetto originario. Qui , e solo qui, parlo in prima persona e avanzo l’ipotesi che dietro a questa operazione urbanistica ci sia la volontà di passare un colpo di spugna sul passato, invece di elaborarlo criticamente.
In effetti, la società albanese ha ancora molte lacerazioni sul quarantennio e un conto in sospeso con la sua storia recente, non ancora saldato. Ma parlare di “lustrazione” dopo più di trent’anni non ha senso. Anche con questo intervento sembra si voglia dire: meglio andare oltre. Di certo più passa il tempo e più improbabile sarà che le nuove generazioni si facciano carico di questo fardello.
Quale di queste storie ti ha più colpito e perché.
Le testimonianze di Fatos e Vera , che hanno avuto la vita distrutta solo perché figli di uomini della nomenklatura caduti in disgrazia, sono tra le più sconvolgenti. In ogni caso il mio è lo sguardo di uno straniero, che può osservare questi fatti con distacco. Il mio sforzo è di non dare giudizi: lascio che siano i “personaggi” a parlare, e il lettore a trarre le sue conclusioni.
Per scelta non ho mai usato le parole “dittatura”, “famigerato”, “criminale” (riferito al regime), “aguzzini” e altro, perché sono già delle valutazioni. Sono i contenuti a parlare. Sono anche nominati il meno possibile i luoghi geografici reali (Albania, Tirana, altre città, ecc.), perché questo libro è un viaggio nella degenerazione e nella schizofrenia del potere, che è accaduto molte volte e in tante parti nel mondo non solo in Albania, e che ancora accadrà.

