Lucia Esposito è nata a Napoli e vive da anni a Milano. Ha studiato Scienze politiche all’Università degli Studi di Napoli «L’Orientale» e frequentato la Scuola di specializzazione in Giornalismo a Urbino. È giornalista dal 1996 e da allora non ha mai smesso di scrivere, per lavoro e per passione. Sorelle spaiate è il suo primo romanzo. Nell’intervista che segue, racconta le sue emozioni più intime in merito alla storia di Ershela, che l’ha vista, suo malgrado coinvolta. Buona lettura.
Non ti chiederò le motivazioni che ti hanno spinto a scrivere questa storia dopo tanto tempo. Mi interessa, invece, sapere quanto tu sia riuscita ad abbattere quel silenzio che ha regnato dentro di te, in merito alla vicenda.
La scrittura, un po’ come è accaduto a Ershela, è stata un’esperienza quasi terapeutica. Più scrivevo e più crollava il muro del silenzio che avevo costruito per anni per difendere la memoria di Ershela. Inizialmente, non mi sembrava giusto far conoscere la sua storia, poi ho ribaltato la prospettiva e ho pensato che trasformando questa ragazza meravigliosa in un’eroina letteraria, l’avrei resa immortale, eterna.
Hai dato voce a Ershela o alla tua coscienza, scrivendo questo libro? Non è un’accusa, naturalmente.
Grazie per questa domanda, perché mi aiuta ancor di più a mettere a fuoco il mio sentire. La risposta è: ad entrambe. Dando voce a Ershela ho anche fatto parlare, anzi urlare, la mia coscienza.
Chi leggerà il libro saprà cosa ti ha raccontato Ershela. I suoi occhi, invece, cosa ti hanno narrato?
Ricordo benissimo il suo sguardo, era quello di una donna molto più grande dei suoi vent’anni che però non aveva perso la luce. Ershela era davvero convinta di poter tornare a casa e riabbracciare sua sorella.
Cosa non è stato fatto per salvare Ershela?
A un certo punto Ershela era riuscita a salvarsi grazie al coraggio e al lavoro straordinario di don Benzi. Nessuno prima di lui si è indignato. In tanti vedevano la ragazza, insieme ad altre, sui marciapiedi di Milano, di Torino, di Roma e nessuno ha mosso un dito per aiutarla o aiutarle. Per tutti era solo una puttana, erano solo puttane, qualcosa di indecoroso per le città.
Ershela e tante altre ragazze sono state uccise dall’indifferenza. Come ho detto prima, lei è stata fortunata, ma a consegnarla nuovamente al suo aguzzino è stato l’amore immenso per la sorella, la paura che anche Alina potesse essere finita nel giro della prostituzione. Si è sempre sentita in colpa per essersi salvata in quel modo e aver abbandonato sua sorella.
Il traffico di esseri umani è una piaga della nostra società e sono diverse le realtà che tentano di contrastare questo terribile fenomeno. Cosa ne pensi a riguardo? Può esserci una soluzione?
Negli anni sono cambiate le forme, ma il traffico di esseri umani non è stato ancora sconfitto. Forse oggi è ancora più pericoloso perché accade in modo più sommesso, meno evidente di un tempo. Molto si sviluppa nel regno oscuro della rete e quindi sfugge del tutto al controllo sociale. L’unica soluzione per provare a scardinare certi traffici è denunciare, denunciare, denunciare. Indignarsi e non lasciarsi sopraffare dall’indifferenza, dal quieto vivere che spesso ci porta a chiudere occhi e orecchie.



