Kapka Kassabova si definisce una scrittrice esperienziale, poiché scrive, partendo dall’esperienza che vive. Si immerge nei luoghi e prova a raccontarli.
«Ho avuto un primo incontro con il libro di Kapka, intitolato Il lago. Ritorno nei Balcani in pace e in guerra, e dopo averlo letto, ho voluto immergermi anche io in quei luoghi, per andare a seguire le storie che ha raccontato. Oggi parliamo di un altro testo, un racconto di viaggio, che si chiama Anima; è la quarta opera che l’autrice dedica ai Balcani».
Elvira Mujčić introduce Anima, Crocetti Editore, 2024, la recente pubblicazione della Kassabova, che racconta la storia di uomini, cani e altri animali che si muovono sui monti della Bulgaria. Come nascono le storie narrate dalla scrittrice bulgara?
«È cominciata prima di cominciare. Mi spiego meglio. Sono convinta che tutti i libri inizino molto prima di quanto possiamo rendercene conto e per me questo viaggio, con la gente che vive con gli animali, è iniziato nei libri precedenti e in modo particolare con Elisir, che ha comportato un approfondimento dell’esistenza di chi risiede in montagna e spesso ai margini della società. È stata l’esperienza più profonda che abbia mai vissuto. Mentre scrivevo Elisir, ho conosciuto persone che vivevano ai margini, insieme agli animali, nel sud della Bulgaria ed è lì che è nato il mio interesse per quella condizione».
I libri della Kassabova costituiscono una sorta di autobiografia geografica. Siamo sempre in terra balcanica, in quel lembo posizionato tra Bulgaria, Macedonia, Turchia, Albania e Grecia. L’autrice passa da un confine del libro precedente per giungere a un altro in quello successivo. L’interesse per i confini nasce dal suo desiderio di bambina di poterli oltrepassare. La proibizione rafforza quella che ha sempre sentito come una necessità. Negli scritti, quindi, si susseguono sistemi geografici, ma anche dimensioni politiche, mondi che non esistono più e che vengono ridisegnati, popolazioni che hanno cambiato nome e, soprattutto, si percepisce, sempre, una certa tensione tra movimento e confine.
«Da quando ho scritto Confine. Viaggio al termine dell’Europa sono passati dieci anni. Per la stesura di quel libro mi sono confrontata con tre confini: Bulgaria, Turchia e Grecia. Durante quel viaggio ho scoperto le vestigia della cortina di ferro e ho pensato di far parte dell’ultima generazione di bambini che sono cresciuti sotto quelle proibizioni. Ho avuto modo di vedere cosa può accadere anche al confine più militarizzato, più rinforzato, che a un certo punto finisce nell’immondezzaio della storia. Purtroppo, però, ho potuto constatare che rimane ben saldo nella mente della gente. Per me è stato molto doloroso intraprendere il viaggio successivo, utile per scrivere Il lago».
Le persone non si liberano facilmente della prigionia mentale e l’autrice lo ha visto in coloro che ha incontrato, nei loro comportamenti. Anima è un libro differente: presenta la cultura e la civiltà pastorale, che la scrittrice definisce pastoralismo. Sono poche le popolazioni che vivono una vita simile e sono nomadi, in senso indicativo. Una volta lo erano in senso stanziale, caratterizzati da movimento e nomadismo, di cui i confini hanno decretato la fine. Un evento, quest’ultimo, che coincide con il 1957, quando il governo bulgaro dissolve la popolazione dei nomadi, il cui bestiame viene requisito e macellato. Così è finita un’era.
Gli altri interessanti protagonisti di Anima sono i cani. Si narra di qualcosa che sembra quasi non ci riguardi più, la cui essenza arriva a pochi. Kapka segue i pastori e i loro cani nella transumanza, vive e ci porta in una storia grande e apparentemente lontana. Non propone mai luoghi astratti, permettendo a chi anima il suo libro di avvicinarsi al lettore.
«Mi piacciono molto i luoghi marginali e le persone che vivono ai margini, perché mi sembra che è lì che si trovino le storie più interessanti. Difficilmente sono al centro e quando dico centro, intendo anche quello del potere. I marginali sono quelli privi di potere e mi riferisco sia alle persone che ai luoghi. Eppure, conservano la loro potenza, che trovano nel modo di vivere, nella pastorizia, che esiste ancora in noi e che, volendo, siamo in grado di ravvivare. Penso che la tragedia di quel modo di vivere sia l’invisibilità che gli abbiamo conferito, anche se tutt’oggi ne consumiamo i prodotti. Credo che le persone, gli animali e le montagne che abbiamo reso invisibili siano, in realtà, quelli più reali con cui mi sia mai confrontata».
La vitalità viene donata dagli animali che pascolano liberi, come i cavalli, le pecore e il bestiame, i cani da pastore. Questi ultimi sono le vere figure centrali della narrazione, anche se vivono ai margini, nel loro ruolo di guardiani. Senza i cani da pastore, la pastorizia sarebbe inesistente. La vitalità, per la scrittrice, è sinonimo di centro di ciò che siamo e il centro è quel punto in cui si trova la vita.
Si introduce, in questo Anima una diversa identità, una maniera differente di identificarsi con altri esseri ed è quello che succede quando si è inseriti in un ecosistema sano, composto da tutte le sue parti: i predatori, gli animali e gli esseri umani. Incanta la platea Kapka Kassabova, per quello che racconta e per come lo fa: parla di concetti di elevato spessore, con grande semplicità, proprio come il sistema naturale che tanto le sta a cuore.
Questo articolo è stato pubblicato, in data 9 settembre 2024, sul sito ufficiale di Festivaletteratura al seguente link.

