L’autrice e il libro
Doruntina Basha è una drammaturga e sceneggiatrice kosovara. Nasce a Prishtina nel 1981: qui si laurea in Drammaturgia e consegue il master in Scienze Umane. Realizza sceneggiature per il cinema e la televisione in Scozia, in Italia e in Francia.
È autrice del dramma Il dito, portato in scena a Belgrado, a Prishtina, a Napoli, a Rubiera e al Festival delle colline torinesi. Il testo vede la luce nel 2011 e si inserisce in un ampio progetto di ricerca sulle storie di famiglie che, durante la guerra nella ex Jugoslavia, hanno avuto un famigliare scomparso, di cui non si è saputo più nulla.

L’opera, tradotta in francese e in inglese, ha vinto il Premio Miglior testo drammatico di impegno dell’area ex Jugoslava, promosso dalla Fondazione Heartefact di Belgrado ed è stato il primo redatto da un’autrice kosovara ad andare in scena nella capitale serba. Nel 2020, a pubblicare la versione in italiano, nella traduzione di Elisa Copetti è la casa editrice Marietti 1820. Recentemente il testo è stato tradotto in dialetto friulano dalla stessa Copetti e dato alle stampe con il titolo Il dêt / Gishti da FORUM Editrice Universitaria Udinese.
Il dramma
Siamo in Kosovo, nel periodo che segue quello bellico e l’autrice ci porta nella vita di Parone ( Zoja) e di Curte (Shkurta), rispettivamente suocera e nuora, il cui figlio della prima, nonché marito della seconda, è stato rapito anni addietro, durante la terribile guerra. Parone, come ogni madre, non si rassegna alla scomparsa del giovane e continua a credere nel suo ritorno, mentre Curte sa bene che il compagno non tornerà più. Spinta da tale convinzione, desidera liberarsi quanto prima di quella famiglia, che, in realtà, non l’ha mai voluta e accettata.
La donna mal sopporta le regole che le sono state imposte, frutto di una visione patriarcale, che la obbligano a sfuggire alla vita. La suocera, dal canto suo, non tollera alcun desiderio di libertà; il pensiero corre quotidianamente a quel figlio, per il quale non si risparmia di preparare il piatto preferito. Le due si scontrano su ogni cosa, anche su quanto l’una sia più brava dell’altra a far da mangiare per quell’uomo, che mai rivedranno nel loro mondo.
Mentre si adoperano in cucina, la nuora si ferisce a un dito ed è proprio in questa occasione che lo scontro tra le donne si fa duro. Curte desidera la libertà che da troppi anni le viene negata: è vedova e sente di avere il diritto di rifarsi una vita. Sua suocera non vuole lasciarle spazio, poiché ciò implicherebbe l’accettazione della morte del giovane figlio, motivo per cui si appella alle tradizioni della società patriarcale.
La Storia
L’autrice conduce un’approfondita ricerca sulle persone rapite e che non hanno più fatto ritorno, durante la guerra del Kosovo. La maggior parte delle famiglie kosovare conta un parente scomparso, dopo essere stato prelevato forzatamente dagli organi militari. Il dolore provocato da quei fatti è ancora molto vivo. Ad oggi L’Ufficio delle Persone Scomparse e di Medicina Legale della missione ONU in Kosovo, UNMIK, conta circa 3300 dispersi, di cui 2400 albanesi. I restanti sono Serbi, Rom e di altre etnie. Un conflitto sanguinario, quindi, che uccide 12.000 tra i civili, di cui più di 10.000 albanesi.
La Basha trae importanti spunti dalle interviste che realizza e ricostruisce storie di donne che narrano la propria vita e quella della famiglia, tutte vicende che hanno condizionato e, in qualche modo, condizionano l’evoluzione storico-sociale del Kosovo. La sua indagine profila la condizione femminile in una dimensione legata alle tradizioni, che diventano un mezzo per metabolizzare i traumi provocati dalla guerra, tra cui i rapimenti.
Si racconta di una società austera, fondata sul patriarcato, ma anche di memoria, dell’importanza sana che essa assume quando diventa Storia e della sua parte malata, che si fa spazio nell’immaginazione di una donna e madre. Si narra della morte e della non accettazione del dolore, della necessità di liberarsi della sopravvivenza, per poter vivere pienamente. Si parla di introspezione, di emozioni, di un confronto sanguigno, a immagine speculare della contraddittoria realtà.
Elisa Copetti
Traduttrice letteraria dalla lingua croata, serba e bosniaca, è editor per la narrativa straniera in Bottega Errante Edizioni. Docente a contratto di Lingua e Traduzione serba e croata all’Università degli Studi di Udine, traduce opere di narrativa e drammaturgie di autori e autrici contemporanei dello spazio ex-jugoslavo.

Una bella sfida, decisamente originale, quella di tradurre Il Dito sia in italiano che in friulano, che segna e arricchisce l’importante percorso del testo, composto da una drammaturga di talento, come la stessa Elisa afferma.
Da questo testo ho lavorato alla traduzione in italiano ancora inedita con l’intenzione di portare anche in Italia Doruntina Basha, autrice che assieme a Jeton Neziraj è una tra i pochi artisti ad aver travalicato i confini geografici del Kosovo con la sua opera tradotta anche in francese e tedesco. Negli ultimi anni l’attività di Basha si è concentrata soprattutto sulle sceneggiature per film e TV, ma io spero che la sua scrittura potente torni presto a farsi sentire sui palcoscenici, non solo nostri, ma soprattutto del suo paese. Basha è drammaturga di talento, ce ne accorgiamo dopo poche battute: i dialoghi sono rapidi e sagaci, la narrazione si articola per dettagli che ci portano gradualmente verso un colpo di scena, che scioglierà affatto banalmente. I personaggi sono delineati con tanta profondità da straniarci (siamo in Kosovo, ma potremmo essere in qualsiasi altro paese) e commuoverci per tanta umanità.


