Non avrebbe mai pensato che la libertà le avrebbe portato così tanta ansia. Infatti essa non è che un lasso di tempo che serve per cercare altri impegni, altre manette. La libertà è solo un passaggio verso una nuova responsabilità, dove ci rinchiudiamo per diventare di nuovo prigionieri di qualcuno o di qualcosa.
Dilore, nel giorno in cui lascia il campo in cui il regime comunista l’ha rinchiusa insieme ai suoi figli, Mark e Maria, versa tutte le sue lacrime sulle lapidi che non portano un nome, riempite da corpi di sconosciuti o forse appena intravisti. In quella stessa giornata la donna torna a essere libera: il suo bimbo, ormai divenuto ragazzo, assapora l’essenza dei ricordi e non vede l’ora che i colori della natura possano riempirgli gli occhi e il suo profumo inebriargli i sensi. Sua sorella è entrata nel campo quando era molto piccola e affronterà quel viaggio di ritorno alla vita con la curiosità di una bimba di quattro anni che, per la prima volta, vedrà qualcosa di nuovo.
Dilore e i suoi bambini si sono ritrovati a pagare le conseguenze della decisione del capofamiglia Fran, che incitato dal dissidente Dedë, ha vendicato suo fratello, ammazzando Ndoc il suo assassino, secondo le regole dettate dal Kanun. Era davvero la sua volontà?
Il governo comunista era intransigente sulle vendette, in più Ndoc era comunista per cui la condanna sarebbe stata particolarmente severa. Chi uccideva un comunista, infatti, veniva dichiarato nemico del popolo. Fran lo sapeva che lo avrebbe aspettato l’inferno, ma anche continuare a vivere nella vergogna era un peso enorme. Doveva decidere.
Un uomo che ammazza un altro uomo per non sentirsi in soggezione nei confronti di una società che applaude all’assassino ed è pronta a giudicare chi, per amor proprio e della famiglia, sarebbe disposto a non macchiarsi del sangue altrui. La vendetta è un fatto d’onore, che non guarda in faccia a nessuno.

Manfred Bushi nel suo romanzo d’esordio Il canto dei lendini, pubblicato recentemente da Besa Muci Editore narra quel pezzo di storia d’Albania, che più di ogni altro, ha condizionato il percorso storico sociale del Paese. A raccontarlo è la storia di una donna e di due bimbi costretti ad abbandonare la loro vita. Fran, marito e padre, è stato dichiarato nemico del popolo e con lui i suoi cari, costretti al confino.
Bushi descrive, in maniera limpida e lineare, la necessità di accettazione di Fran, il sacrificio di una famiglia senza colpe, lo smarrimento di fronte all’obbligatorietà di abbandonare, da un momento all’altro, la propria casa, accogliente nella sua povertà, il dovere di adeguarsi alle regole del campo di lavoro. Consegna al lettore tutto il terrore della malattia che si diffonde in un posto dimenticato dall’umanità e la disperazione di una madre a cui portano via il figlio per curarlo, chissà dove, chissà come e chissà quando e se lo rivedrà.
L’autore racconta la miseria umana, la fame di cibo e di emozioni, l’avvilimento spirituale, l’infelicità e il senso di desolazione imposto dalla dittatura comunista di Enver Hoxha, una tragedia durata più di quarant’anni, che sin dai suoi primi passi mette in moto il meccanismo della repressione forzata, mentre il popolo è sempre più spaventato e affamato e tutti i mezzi di comunicazione vengono manipolati. Basta poco per diventare nemici del popolo e questo è sufficiente per condurre un’intera famiglia in prigione o nei campi di lavoro, proprio come accade a quella di Dilore.
A un certo punto della narrazione, il lettore si ritrova di fronte a un elemento che sfugge sin dalle prime battute: la dignità. Qualcosa che sembra inesistente, immaginando due bimbi rinchiusi per le colpe di un genitore o il modus operandi di un governo che incarcera, ammazza e blocca in toto la libertà di pensiero. Al confino arriva Antoneta che
si presentò al campo come se stesse andando nella rinomata caffetteria di Scutari con gli amici. Indossava scarpe eleganti di vernice, con tacchi alti e sottili che affondavano nel terreno condizionando la sua andatura […]
Rimane una donna elegante e che cammina a testa alta Antoneta, anche quando è costretta a trasportare la legna, a svolgere i lavori pesanti che tutti, indipendentemente dal sesso e dall’estrazione sociale, erano costretti a fare. Rimane dignitosa, anche quando in cambio della sua bellezza e dei suoi favori, le offrono vantaggi che nessun altro in quel posto avrebbe.
La dignità è femmina perché Dilore rifiuta il posto di spazzina proposto dal tenente del centro e una casa a Tirana, dove poter ricominciare con i suoi figli, una volta libera. Lei vuole tornare laddove ha lasciato suo marito. La donna ancora non sa che verranno considerati dei toccati, un pericolo da non accogliere.
Come sempre a Dilore venne da piangere, ma in quel momento decise che non l’avrebbe fatto, non avrebbe pianto più. Mangiò con calma “pane e sangue” e non rispose subito. Provava quasi un piacere mescolato alla pietà mentre guardava il viso di Gjergj.
Con il percorso che la protagonista compie dopo la sua liberazione, Bushi va oltre quello che può essere definito un romanzo sull’Albania, narrando, in pochi passaggi, il processo di emancipazione di una donna, che con la sua autodeterminazione va incontro a una nuova vita, anche in un periodo come quello della dittatura albanese. Dilore si mette in condizione di scegliere quale direzione prendere.
Il canto dei lendini è un romanzo che viaggia sul binario del doppio, proprio come il titolo, che contrappone un’arte nobile al ribrezzo. Un binario dove camminano, di pari passo, la crudeltà del potere e il coraggio dell’umanità, che si scalfiscono a vicenda, seppure in tempi diversi. La scrittura di Manfred Bushi non tradisce le emozioni, la prosa è priva di qualsiasi ambiguità e si presenta chiara, permettendo allo scrittore di raccontare la storia e al lettore di seguirla senza confondersi o distrarsi.
Una narrazione rapida e al contempo curata, che, all’inizio, pone chi legge in una posizione di ascolto, per poi consentirgli di entrare nella storia, prima in punta di piedi e poi a passi giganteschi per vivere pienamente l’Albania dei tempi che furono e un’umanità dalle peculiarità universali.

