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In Italia come in Albania… o così mi sembrò

Nada Dosti Nada Dosti
21 Febbraio 2023
Krapfen Ciambella

Imparai l’italiano quando avevo cinque anni.  Mio padre era partito ai tempi del grande esodo, mentre sua sorella lo raggiunse anni dopo. Nel frattempo, ella aveva imparato così bene l’italiano, tanto da dare lezioni private a casa. Da bambina curiosa, entravo nell’aula improvvisata in una delle stanze della nostra abitazione e frequentavo le lezioni con lo zelo che mi caratterizzava in quel periodo.

Sapevo leggere e scrivere ancor prima di iniziare a frequentare la scuola e unendo queste straordinarie capacità ero riuscita a diventare la migliore allieva di mia zia. Ero talmente tanto brava, che quando uno studente rimaneva indietro, facevo anche da assistente professoressa, aiutandolo con gli esercizi. A volte la zia mi chiedeva di correggere i loro compiti, un po’ perché amavo essere coinvolta, un po’ per ferire l’orgoglio dei suoi studenti, con lo scopo di scuoterli.

In quel periodo, quando qualcuno faceva il prepotente, (specialmente una vicina strega, che non aveva altro da fare che preoccuparsi delle mie guance paffute), gli rispondevo nel modo che meritava, usando la lingua italiana. Era una maniera per sfogarmi e sentirmi meglio, senza farmi rimproverare dai miei.

Quando parli la lingua di un altro Paese da una vita, studiandone persino l’arte e la cultura, è normale che un giorno diventi il ​​tuo sogno e il tuo obiettivo visitarlo. In realtà, io rimandai quella visita di tanto, finché un giorno decisi di accettare l’invito di mio padre ad andare in quella terra al di là del mare. Avrei visto quella che dagli albanesi era considerata la Terra promessa, così come l’America per gli italiani nei film di Fellini.

Il grande giorno finalmente arrivò! Aeroporto di destinazione: Marco Polo! È piccolo quanto quello di Tirana e di altri paesi balcanici che sono riuscita a visitare. Quanto era bella Venezia dall’alto! Sembrava una grande vasca con i pezzi di puzzle galleggianti. Purtroppo, non avevo tempo per romantiche gite in gondola, perché dovevo arrivare per tempo a Pordenone, dove mio padre mi aspettava. Dovevo prendere l’autobus in orario, onde evitare scene drammatiche del genitore preoccupato per sua figlia, nonostante ella avesse girato il mondo e conoscesse la lingua italiana meglio di quella madre.

A Pordenone, che dista un’ora da Venezia e tre da Milano, trovai mio padre; da lì  proseguimmo in macchina verso Fiume Veneto. Era un sabato mattina, uscimmo a fare una passeggiata per il centro, dove trovammo una piazzetta e una fontana piccola. Non circolava molta gente, se non qualche nonno in giro con i nipotini; poteva essere che i genitori lavorassero anche nel fine settimana. Attinente alla piazza c’era una pasticceria, “con i gelati più buoni del mondo”, diceva la mia sorellina.

Mi parve fossimo i primi clienti della giornata e il negoziante ci accolse con un sorriso gigante, quasi in attesa di vedere in che lingua ci saremmo espressi; come a voler dire “vediamo il vostro italiano”; o almeno a me sembrò così. Feci il mio ordine in una lingua standard – letteraria, come quella dei libri di scuola; invece mia sorella, nata e cresciuta lì, parlò il dialetto locale. L’uomo rimase senza parole. Obiettivo raggiunto! Uno a zero per noi! A me così sembrò…

Oltre ai gelati, ci arrivò anche il krapfen, un’enorme ciambella berlinese ripiena di marmellata di albicocche, secondo la ricetta originale, che al primo morso mi portò a migliaia di chilometri di distanza. “Offre la casa, visto che sei una turista di Durazzo”… Mi riportò alla realtà il gentile venditore, che si rivelò essere di Bari, una città pugliese, che volendo si vede ad occhio nudo dalla costa di Durazzo, facendo un piccolo sforzo e usando l’immaginazione.

Sulla via del ritorno attraversammo il ponte. Avevo con me la mia macchina fotografica pronta a immortalare qualche momento speciale, pur rimanendo in quello stato di stordimento in cui mi poneva la conoscenza della lingua locale, in un posto che non era casa mia. Bastò un attimo di confusione per prendermi uno schiaffo in faccia da quella momentanea realtà. Una donna anziana in bicicletta suonò il campanello in modo esagerato, quasi esasperato, bestemmiando e imprecando tra i denti. Confusa, controllai se sbagliando fossi entrata accidentalmente nell’area dedicata alle biciclette, quando mio padre disse “Sei a posto”.

Sentii di aver avuto un déjà vu. Avevo vissuto la stessa cosa per le strade di Tirana, dove un vecchietto, vestito come “i compagni” di Enver Hoxha, e molto probabilmente suo ammiratore, mi aveva sputato in faccia e imprecato in un dialetto del sud, mentre ero in quel mio mondo. Più si allontanava questa vecchia che inquinava l’aria con la sua voce roca, più la sua immagine si rimpiccioliva ai miei occhi, lasciando dietro di sé solo una nuvola nera di odio che scomparve in un soffio.

Mio padre si arrabbiò molto e iniziò a fare lunghi discorsi su quanto quella zona del nord Italia non fosse ancora abituata alla presenza di stranieri, in larga parte albanesi. Mia sorella non sembrò colpita dall’episodio; forse ci era  abituata.

Mentre tornavamo a casa, mio ​​padre indicò una casa in fondo alla strada: era una villa grande e bella, diversa dalle altre case intorno. C’era qualcosa in quell’edificio, per cui meritava di essere identificato con la parola casa.

È stato costruito da alcuni albanesi, dei fratelli. Sono molto laboriosi e onesti, hanno costruito tutto con il duro lavoro. Oggi, dato che è sabato mattina, alcuni di loro sono fuori a fare manutenzione al giardino. Lavorano senza sosta.

Queste furono le parole di mio padre. Mi venne voglia di gridare: Puna e mbar’!!

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