Ho vissuto nell’Europa occidentale per ventotto anni: due a Parigi, uno a Londra, oltre ventiquattro in Italia. Non posso neanche dirmi cittadina di una sola città italiana, poiché ne ho abitate almeno quattro. Da qualche mese risiedo a Bologna, ultimo di una serie di trasferimenti, dopo undici anni passati a Milano. Ogni trasloco porta con sé un carico di malinconia. Ma proprio per questo, stavolta ho deciso di liberarmi di quaderni, documenti, ricevute e scontrini che non mi servono più. In pratica, tutto ciò che ho custodito con cura, ma senza motivo, per oltre ventisette anni. Ho compreso che, in fondo, accumulavo tutte queste carte per ricordarmi della mia esistenza, o meglio, per tentare di trovare un filo che le desse un senso.
Ancora oggi si sa troppo poco dell’Albania. Si conoscono i paesaggi, tra quelli più famosi e turistici, ma della sua storia si è informati a malapena. Le nozioni relative a quella più recente, che vede il regime di Enver Hoxha al potere per più di quarant’anni, sono molto lacunose; quasi nulle sono quelle che riguardano gli anni in cui gli albanesi hanno conosciuto la dominazione fascista.
Nel 1939, l’Italia decise di occupare il Paese delle Aquile, rendendolo parte della sua macchinosa operazione bellica, fino al 1943, quando il fascismo capitolò. Si tentò di edulcorare l’invasione chiamandola annessione, ma altro non fu che una forma di sopruso e di assoggettamento. L’Albania, suo malgrado, divenne uno strumento della propaganda fascista, che millantava aiuti e sostegno alla nazione, ma che, nella realtà, imponeva asservimento e sottomissione.
Anita Likmeta nel suo libro di recente pubblicazione intitolato L’aquila nera, edito da Marsilio Editori, narra, con una dovizia di particolari derivante da studi e approfondimenti, le vicende che si sono verificate nel lungo periodo che è intercorso tra l’invasione italiana e la caduta del regime, quando iniziò il flusso migratorio che risvegliò la coscienza europea nei confronti degli albanesi. Le immagini delle nave Vlora, carica di uomini, sono impresse nella memoria di chi quel periodo l’ha vissuto e in quella storica, come documento eterno di quanto accadde.
L’Italia che aveva invaso, si ritrovò ad accogliere uomini e donne di cui ignorava l’esistenza, spaventati, affamati, assetati di libertà. La voce dell’allora sindaco di Bari Enrico Dalfino, ancora riecheggia .
Sono persone.
Gli italiani accolsero, provando sensazioni miste tra il senso di pietà, di umanità e di diffidenza verso quel popolo di cui avevano perso il ricordo. Non si era preparati a un numero così elevato di uomini e donne da aiutare e allo stesso tempo, forse, non si voleva guardare in faccia la realtà, da ex Paese invasore che vedeva arrivare gli invasi. La nave Vlora portò in Italia anche la mamma di Anita e i suoi fratelli, che la giovane raggiunse diversi anni più tardi.
La narrazione della Likmeta si snoda in un’alternanza tra il tempo presente e quello passato. Le emozioni sono palpabili come l’urgenza, che traspare in maniera potente, di raccontare la verità, la Storia inconfutabile di quando l’Italia decise di insinuarsi nella pace di un popolo indifeso, indebolito dalle varie vicissitudini, per poi lasciare spazio a un nuovo nemico: la dittatura. Emerge il racconto necessario di un percorso personale, simile a quelli di tanti, che portò la giovane Anita verso una nuova identità, per certi versi difficile da equilibrare e da riconoscere.
L’Aquila nera è un libro che conduce il lettore nell’anima dell’Albania, attraverso la Storia nazionale e quella personale dell’autrice. La lettura è scorrevole e offre svariati spunti di riflessione a coloro che riescono a mettere in discussione l’operato dei potenti di quel tempo, accettando che il flusso della Storia non possa essere modificato.
Quello di Anita Likmeta non è un semplice racconto. Si tratta di una complessa ricostruzione dei fatti passati, la cui interpretazione implica un processo di comprensione atto a capire lo sviluppo degli eventi e la loro influenza sul presente. Conoscere il passato per leggere i tempi di oggi: da un’attenta lettura emerge come la Storia e le storie trascorse abbiano fatto l’identità contemporanea. Un concetto apparentemente scontato, ma di grande importanza. La Storia è la narrazione della memoria, che non dovrebbe mai andare perduta.


