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Il lungo viaggio degli albanesi dopo i grandi sbarchi

Recensione del libro La terra promessa di Ilaria Blangetti

Anna Lattanzi Anna Lattanzi
29 Marzo 2024
Vlora

Ed è per questo che quella degli albanesi emigrati in Italia è una storia di successo. Perché è una dimostrazione empirica, per la politica di bassa lega, che le persone che fuggono vanno aiutate, che l’immigrazione è una risorsa, e sì, che l’integrazione è sempre possibile. Questo libro ci spiega il come. (dalla prefazione di Giorgio Fruscione).

Le immagini delle navi cariche di uomini, la disperazione negli occhi delle persone approdate sulle nostre coste nel tanto vicino 1991, (ancora prima e dopo), sono ricordi vivi nella memoria di tutti noi. È un momento che segna la Storia e che scatena emozioni disparate tra gli italiani: incredulità, paura, voglia di aiutare, comprensione e perplessità. Sono passati più di trent’anni e come afferma Giorgio Fruscione:

…è una dimostrazione empirica, per la politica di bassa lega, che le persone che fuggono vanno aiutate, che l’immigrazione è una risorsa, e sì, che l’integrazione è sempre possibile.

Copertina Blangetti 536x750

La reale integrazione

La giornalista e scrittrice Ilaria Blangetti, in questo La terra promessa, pubblicato a settembre 2023 da Aut Aut Palermo, con la prefazione di Giorgio Fruscione e la postfazione di Federico Faloppa, ripercorre quanto accaduto in quest’ultimo periodo, partendo dai primi anni Novanta, quelli dei grandi sbarchi degli albanesi in Italia. Si dà voce a coloro che sono riusciti a costruire la loro vita nel Belpaese, con tutte le difficoltà che affronta chi è costretto a lasciare la propria terra.

L’autrice racconta l’integrazione, liberandola da conformismi sociali e politici, attraverso le testimonianze di chi ha vissuto sulla pelle l’abbondono del Paese natio. Si narrano storie, quelle vere, che profilano in maniera diversa il volto “dell’immigrazione di massa”, spesso penalizzata dal comune pensare.

L’Albania e l’Italia

Nessuna fiction: ne La terra promessa a narrare sono i protagonisti delle vicende, ormai in Italia da decenni, legati indissolubilmente alle loro radici. Raccontano il viaggio, quello che è iniziato quando sono arrivati sul territorio italiano, lungo per tutti, per molti tortuoso e per quasi nessuno lineare.

Ecco quindi che l’accettazione sociale, la resistenza alle discriminazioni, la lotta contro la burocrazia costituiscono il viaggio nel viaggio comune a tutti i membri di una delle più grandi comunità straniere del nostro paese. Un viaggio senza epilogo, in armonia con la ciclicità dei flussi umani che da sempre intrecciano i destini di persone altrimenti distanti le une dalle altre.

Con quello che è stato definito “l’esodo biblico”, l’Albania scopre l’Italia, il Paese che aveva sempre sognato, che aveva imparato a conoscere attraverso la TV, una verità tenuta nascosta, proprio come i sogni. Si immaginava la terra promessa, credendola ricca e carica di cose belle.

Invasione», titolava così «La Gazzetta del Mezzogiorno» di venerdì 9 agosto 1991, il giorno dopo l’incredibile sbarco della «Vlora». L’Italia aveva già scoperto da qualche mese di essere la terra promessa degli albanesi. Un «esodo biblico» dopo decenni di rigida e anacronistica dittatura comunista di Enver Hoxha, di totale chiusura verso il mondo esterno, di paura diffusa e di viscida propaganda.

La prima ondata migratoria porta in Puglia circa ventiquattromila albanesi. Ne seguono altre, sino ad arrivare a quella del 1997, quando a causa della truffa operata dalle società piramidali, scoppiano i disordini, che trascinano il Paese delle Aquile nella totale anarchia.

Le testimonianze

Il punto di partenza è l’anno dello “sbarco biblico”. La Blangetti non fa mai riferimento ai numeri e alle statistiche, bensì ai fatti, alle persone, alla loro vita quotidiana.

Altin, Arbër, Arianna, Artan, V. Egli, Ingrid ed Emirie, Leonora, Saimir, Sabina. Sono nove le storie che animano La terra promessa, il cui progetto nasce poco prima del Covid, motivo per cui la sua gestazione diventa più lunga del previsto.

La sostanza, insomma. Quella di raccontare storie di persone normali che hanno reso la loro esistenza speciale nella loro quotidianità in una vita segnata da un prima e da un dopo. La linea di demarcazione è tracciata dalla partenza. La ricerca di un futuro migliore e c’è sempre un buon motivo per andare altrove.

Così scrive nei ringraziamenti finali l’autrice, che ha ascoltato tanti racconti, alcuni dei quali sono rientrati in questa raccolta, altri sono andati ad arricchire il suo bagaglio personale, e tutti indistintamente, custoditi con amore.

Ilaria Blangetti è una giornalista esperta e da sempre attenta alla realtà dei Balcani; ha realizzato diversi reportage sul fenomeno migratorio e spesso lo ha fatto tramite la voce dei protagonisti, con un acuto spirito di osservazione e di partecipazione. Con una scrittura professionale, seppur leggera, rimane molto presente nella narrazione, lasciando spazio alle vite protagoniste di un processo lungo e per niente semplice.

Si racconta di gente normale, non di eroi e di eroine, ma di persone di ordinaria quotidianità. Nessun vittimismo traspare da tali testimonianze e al contempo nessuno si erge a maestro di vita: è solo una maniera diversa di affrontare tematiche di cui tanto abbiamo sentito parlare, imparando ancora troppo poco.

Sabina

Sabina racconta di essere arrivata in Italia per amore e non per necessità e di essersi ritrovata in un ambiente completamente differente da quello che immaginava, non solo a livello climatico. Non si fa comunque abbattere dalla freddezza della gente, dai tanti pregiudizi, dalle difficoltà create da un amore finito e dal lavoro precario.  Determinata a farcela, partecipa a diversi concorsi. Le viene data l’opportunità di iniziare a collaborare nel settore socio-sanitario ed educativo presso il Consultorio Familiare e nell’ambito scolastico in Provincia di Asti, oltre che in ospedale. Sabina oggi è una brava professionista e molto attiva in campo sociale.

Quando sono arrivata io c’erano pochissime donne albanesi nell’Astigiano ora è diventata una comunità abbastanza grande e ci sono iniziative anche per bambini, con corsi di lingua, di pittura e di danza. Per le donne incontri culturali e abbiamo creato un progetto con personalità albanesi che portano la loro esperienza di vita da condividere.

Miro

Miro, invece, arriva in Italia con la nave Vlora, le cui immagini non dimenticheremo mai.

Non sappiamo se i militari avessero deliberatamente deciso di chiudere un occhio o se semplicemente tutto il sistema stava crollando – racconta -. Sappiamo solo che quella nave si stava riempendo di gente e tutti volevamo una sola cosa: partire.

La voglia di partire, di lasciare l’Albania, tutti insieme, facendosi coraggio l’un l’altro è più forte dei tanti patimenti che caratterizzano quel viaggio, lungo e stremante. Dopo lo sbarco, anche Miro, come tutti, viene portato allo Stadio della Vittoria a Bari, dal quale riesce a scappare. Dorme in spiaggia per un periodo, sperando di poter contattare suo fratello, che è già in Italia. Grazie a chi si prodiga per aiutarlo, ottiene quel contatto. Rimane clandestino per tanto tempo, ma il destino ha in serbo per lui qualcosa di molto bello.

Miro diventa un precursore del calcio femminile in Italia in un tempo, non così lontano, in cui il pallone era ancora una prerogativa soprattutto maschile. Viene indirizzato in un’altra realtà, quella dell’Atalanta femminile con la panchina delle giovanissime, gli orari sono quelli giusti per Miro, il posto anche e lo scopre molto presto.

Ce l’ha fatta! L’affezione alla nuova terra non spegne il legame con le proprie radici, che rimane fortissimo, proprio come quello che si ritrova in tutte le storie che la giornalista offre al lettore in maniera cristallina ed emozionante.

 

Argomenti: Ilaria BlangettiSabina DarovaAut Aut PalermoGli sbarchi degli albanesi
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