Sadik Bejko è un poeta albanese, già docente di letteratura all’Università Eqrem Çabej. È nato a Komar i Tepelena, nel 1943. Si è laureato all’Università di Tirana e ha lavorato come insegnante di lettere nei distretti di Tepelën, Berat e Argirocastro.
Ha operato in qualità di redattore di poesie presso la Radiotelevisione albanese di Tirana, dal 1971 al 1974, anno in cui è entrato a far parte dell’elenco nero del regime e per questo è stato allontanato dalla RTSh e trasferito, con l’ordine di essere rieducato attraverso il lavoro, in una miniera di carbone a Memaliaj, dove fino al 1979 ha lavorato come minatore. Nel 1992 è stato eletto deputato dall’Assemblea d’Albania, (proposto dal Partito Democratico), per la zona di Tepelena, dove è rimasto fino alla fine del suo mandato, nel 1996.
Dal 1987 al 1992 è stato docente di Letteratura straniera e Letteratura albanese del Rinascimento presso l’Università “Eqerem Çabej” di Gjirokastër. Dopo il 1996 è stato docente di “Letteratura arbëresh di oggi” e “Storia della civiltà”, all’Università Statale di Tirana.
Detiene il titolo scientifico di “Dottore in Scienze Letterarie” e quello di “Insegnante di Merito”.
Oltre ad essere preside dei corsi di “Letteratura albanese” e di “Storia delle civiltà” nelle università pubbliche, ha tenuto lezioni di “Letteratura albanese” nelle università private, fino al 2012.
Ha, inoltre, insegnato “Letteratura albanese dell’indipendenza”, (un semestre nel 2006), presso la cattedra di “Letteratura albanese”, dell’università pubblica “San Cirillo e Metodio”, a Skopje, Macedonia del Nord.
È intervenuto in numerosi convegni scientifici, sia in Calabria, che a Skopje, come a Prishtina e a Tetova.
Ha pubblicato studi e prefazioni su diversi scrittori: Girolamo De Rada, Ndre Mjeda, Lasgush Poradeci, Ismail Kadare, Niko Kacalidha, Mitrush Kuteli, Martin Camaj, Bashkim Shehu, Ali Podrimja, Vath Koreshi, Lefter Çipa, Dashnor Kaloçi, ecc.
A partire dal 1973 ha fatto parte della Lega degli Scrittori e degli Artisti dell’Albania.
Ha pubblicato le sue prime poesie sul giornale “Drita” (organo della Lega degli Scrittori e degli Artisti dell’Albania), nel 1965.
Per oltre 15 anni è stato segretario generale di PEN Albania (Centro PEN Albanese).
Alle conferenze e ai congressi del PEN – INTERNATIONAL ha recitato poesie, ha partecipato a diverse conferenze e i suoi interventi sono stati pubblicati sugli organi competenti dei centri PEN, in Austria, in Giappone, in Ungheria, in Slovenia, in Serbia, in Macedonia del Nord, nel Kosovo, ecc.
Centinaia di poesie, saggi, interviste, dibattiti, studi di orientamento politico, giornalismo culturale, ecc. hanno visto la luce su molte tra le più importanti riviste culturali. Sadik Bejko è un poeta pluripremiato.
Recentemente sono stati tradotti in italiano alcuni suoi componimenti, raccolti e pubblicati nell’antologia Poesie di Sadik Bejko a cura di Mimoza Pulaj, Kimerik, luglio 2024. In questa intervista, che ci ha gentilmente concesso, Bejko narra di poesia e non solo. Buona lettura.

Professore, parliamo di Poesie il libro recentemente tradotto e pubblicato in Italia. Le sue poesie parlano, spesso, dei progressi dell’uomo, sia oggettivi che spirituali. In questo caso, rispecchiano anche l’evoluzione dell’Albania?
Non ho il titolo di professore. Mi chiamano così per rispetto e perché in Albania la tradizione vuole che gli studenti si rivolgano ai docenti universitari, apostrofandoli con questo termine. Sono stato lettore universitario e ho conseguito il titolo di “Dottore in Scienze Letterarie” con una tesi dottorale sulla letteratura arbëreshe moderna.
Veniamo al libro edito dalla casa editrice Kimerik. Questa inaspettata iniziativa è stata per me una splendida notizia. Ringrazio Mimoza Pulaj per aver selezionato e tradotto le mie poesie. Anche il bel dipinto in copertina è opera sua. I miei sentiti ringraziamenti vanno all’editore di Kimerik, che ha deciso di pubblicare il libro di un autore come me, conosciuto e apprezzato dai più alti livelli della critica albanese, ma completamente sconosciuto al pubblico italiano. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla loro decisione.
Per rispondere alla tua domanda, posso affermare di essere un poeta lirico. Le mie poesie si incentrano sulle “opere dell’anima”. Le tematiche che si snodano sulle trasformazioni, si ritrovano più nei componimenti di prosa, anche se la poesia non può evitare di trattare i cambiamenti drammatici e dolorosi, come quelli che l’Albania ha vissuto per diversi decenni.
L’Io lirico di alcune poesie soffre l’assurdo della violenza che ha caratterizzato il periodo comunista. Altri miei libri come Letër Hamurabit, (Lettera ad Hammurabi), 1997, (valutato dalla critica come uno dei migliori volumi della poesia albanese contemporanea), fanno eco all’angosciante transizione anarchica dell’Albania: una sorta di democrazia senza regole e senza leggi.
Tali situazioni, che riguardano la collettività, animano le nostre poesie rendendole cupi, narratrici di fatti avvilenti, ma anche un mezzo per proporre soluzioni, il senso di giustizia e di bellezza, senza trascurare la fisionomia stilistica della poesia.
Tutto il popolo albanese ha sofferto molto durante il regime e lei più di altri, poiché è stato incarcerato e perseguitato. Quanto di tutto questo dolore ha portato nella sua poesia?
Sì, le mie poesie riflettono le sofferenze fisiche e morali di un intero popolo, proprio come succede nel libro Si vdes gruri, ( Come muore il grano,1994). Quando lavoravo in miniera, prima scrivevo le poesie su pezzi di carta e poi li strappavo. Non avevo una mia abitazione. Ero sotto sorveglianza, quindi scrivevo e poi buttavo via. Ho nascosto alcune di queste poesie in casa di mia madre; sono state pubblicate nel 1994, insieme ad altre che ricordavo a memoria e che sono riuscito a scrivere nuovamente.
Io non racconto né la società, né la politica: la mia è una poesia esistenziale. Durante l’epoca del comunismo, non io, ma tutto il popolo albanese viveva privo di speranze, senza riuscire a intravedere alcuna luce, seppur flebile, per il futuro. A darmi forza è stata la letteratura, ciò che scrivevo, che strappavo e portavo con me, come fossimo una cosa sola e fosse qualcosa di esclusivamente mio.
Ad accompagnarmi nei momenti di vita più significativi il pessimismo del pensiero e l’ottimismo della volontà. Una volontà che non si arrende di fronte a circostanze di arbitrarietà e di assurda violenza. Il dolore per quanto ho vissuto e il peso dei lavori forzati albergano nelle mie poesie, specialmente in quelle scritte dopo la liberazione. Scrivo con il desiderio di imprigionare quella sofferenza e porre fine a quella miseria. Spero che rimanga, che non si dimentichi, ma che quell’orrore vada sempre più lontano, sempre più indietro. Dobbiamo guardare avanti.
Lei è un’autorità in campo letterario, oltre che essere docente. Alla luce delle sue esperienze di vita e letterarie, cosa ha cercato di trasmettere ai suoi allievi?
La grande letteratura ha sempre portato equilibrio spirituale all’individuo e alla società, oltre che offrire guarigione e aiutare l’uomo nel processo di purificazione dal male. Se esiste da millenni, questo significa che è necessaria all’umanità, è di grande importanza ed è un elemento insostituibile. Mi piace quel detto che recita così: “Fare poesia significa dare a se stessi il Grande Giudizio”. Ogni uomo dovrebbe cimentarsi in questa prova qui sulla terra, proprio come ha fatto Dante Alighieri, scrivendo il suo capolavoro in cui ci ha presentato le anime dell’Inferno e del Purgatorio.
Bisogna educare lo studente e il lettore ad apprezzare la buona letteratura. Quella “leggera” e “divertente” è sempre esistita, ma è necessario imparare a orientarsi verso la bellezza, il buono, la vera essenza delle arti. È un insegnamento che dovrebbe essere introdotto già dai primi anni di scuola.
La poesia sta attraversando un momento difficile. Si legge poco, si apprezza ancora meno, motivo per cui alcune case editrici stanno eliminando le collane dedicate, classici a parte. I lettori dicono che non si scrive più buona lirica, i poeti moderni sostengono che sono troppe le discriminanti attribuite alla poesia, considerata una lettura differente dalla prosa. Si associa a qualcosa di triste, adatta agli animi oscuri. Cosa ne pensa in merito e qual è la sua opinione sulla poesia di oggi?
Questo è un problema quasi secolare. Negli USA, un poeta come Wallace Stevens, era un assicuratore, in Inghilterra, un poeta come Thomas Eliot, premio Nobel, faceva l’impiegato di banca, per potersi sostenere. La poesia non vende, la poesia non ti dà il pane e tuttavia continua a sopravvivere. Benché se ne dica, il mestiere del poeta è uno dei più antichi e resisterà nel tempo.
I problemi che oggi ha la poesia, si possono risolvere solo con una buona pratica rivolta al lettore. Vengo da una cultura in cui essa tende a dominare tutte le altre forme d’arte. I poeti, con i loro versi, hanno creato lo Stato albanese, anche quando non esisteva sulla mappa. Quella società albanese amava i poeti, che al contempo, venivano arrestati e ammazzati dal governo, anche solo per l’ambiguità di una metafora. In realtà, provengo da una collettività profondamente chiusa. Se avessi saputo che la prosa piace di più, forse avrei scritto meno poesie.
Due parole sull’Albania.
Si può affermare che l’Albania sia molto legata all’Italia. Potrebbe non essere chiaro, ma ha amato l’Italia e continua ad amarla più di altri Paesi. La musica italiana, i film, la letteratura sono conosciuti e necessari in Albania come, credo, in nessun altro posto.
Il Paese delle Aquile è arrivato in ritardo ed è uscito molto devastato dall’oppressione comunista. Totalmente impreparato al disordinato sistema democratico che si è insediato, tenta di andare avanti, ma inciampa e torna indietro. Continua a pagare pegno per le sue mancanze.
In questi anni abbiamo avuto la fortuna di avere la presenza costante dell’Europa, che ci ha aiutato in tutti i campi, soprattutto in quello della costruzione dello Stato di diritto, funzionale ai suoi cittadini. In queste condizioni di precarietà, anche se supportati, la vita spirituale del popolo ha subito grossi sbandamenti. L’Albania crede in un futuro migliore, soprattutto, nell’integrazione con le strutture europee.




