Un pubblico numeroso e un’organizzazione impeccabile hanno accolto, a Scutari, la presentazione del libro dello scrittore e giornalista Giovanni Verga, L’uomo che non doveva mai morire. L’Albania e il regime di Enver Hoxha, pubblicato nel 2024 da Prospero Editore. L’evento, organizzato dall’Associazione degli ex perseguitati politici di Scutari, con l’impegno del suo vice presidente Filip Guraziu, dall’Università Statale di Scutari “Luigj Gurakuqi” e da Albania Letteraria, è stato attenzionato dalle televisioni locali e nazionali, rivelandosi di grande spessore per le tematiche trattate e per gli interventi pertinenti e curati, che hanno offerto diversi spunti di riflessione.

A introdurre la tavola rotonda il Rettore prof. Tonin Gjuraj, che ha evidenziato l’importanza di appuntamenti come questi, sia per la memoria storica, che per quella individuale della nazione e quanto sia fondamentale permettere, ai libri e agli autori, di raccontare e di portare testimonianze relative a periodi che hanno segnato il tempo.

A seguire la proiezione del video Onore eterno alle vittime innocenti del crimine comunista, la cui visione ha suscitato svariate sensazioni, dalla rabbia alla commozione. Le immagini dei volti di coloro che sono stati ingiustamente incarcerati e giustiziati si sono alternate con quelle delle prigioni e delle macchine di tortura utilizzate dal regime. Ad accompagnare la visione l’Ave Maria di Caccini cantata dal soprano Niki Medja (di Scutari).

Estremamente interessante l’intervento della prof.ssa Nertila Ljarja, che ha portato un’anamnesi approfondita del testo, rimarcando i punti più salienti: le testimonianze, le difficoltà di ricostruzione di alcune di esse, l’importanza che il volume potrebbe assumere qualora fosse adottato come testo didattico per una migliore comprensione della storia dell’Albania di quel tempo che, ancora oggi, si riflette sull’evoluzione del Paese.

Le parole del vicepresidente dell’Associazione degli ex perseguitati politici di Scutari, Filip Guraziu, hanno costituito un monito contro la tendenza all’oblio e alla difficoltà di tenere viva la memoria. I suoi riferimenti a L’uomo che non doveva mai morire. L’Albania e il regime di Enver Hoxha sono stati di apprezzamento, sia per la qualità del lavoro svolto, che per il suo ruolo a supporto della reminiscenza storica.
È comprensibile che oggi, dopo 35 anni dal crollo della dittatura comunista, per la nuova generazione nata alla fine degli anni Ottanta e dopo, non sia facile avere una percezione reale di ciò che è stato e di ciò che è accaduto in Albania durante il periodo della dittatura di Enver Hoxha. Questo è difficile per chiunque, ma lo diventa particolarmente per coloro che non hanno vissuto quel regime, il quale operava al di fuori della logica e della moralità della società umana. […] Per dominare e servire la politica straniera, eliminò con metodi spregevoli le menti più brillanti tra gli albanesi. La storia degli albanesi non aveva mai conosciuto una guerra civile come quella che si svolse negli anni della Seconda guerra mondiale. La storia degli albanesi non aveva mai visto stupri, umiliazioni, torture, prigioni e omicidi come negli anni della dittatura comunista. La storia degli albanesi non aveva mai conosciuto una tale demonizzazione dei valori morali della nazione albanese; l’uomo onesto fu dichiarato vile, la spia – un eroe, il criminale – un agnello benedetto, l’uomo di Dio – un diavolo e il diavolo fu dichiarato un angelo!

Il suo intero discorso è stato un costante invito alla riflessione. Perché è accaduto tutto ciò?
Ma poniamoci una domanda: com’è stato possibile che un avventuriero spettrale come Enver Hoxha, insieme a un gruppo di altri spettri, sia riuscito a trasformare, fino all’annientamento, il carattere e la volontà del popolo albanese? Per fare luce su questa domanda, cito un mio pensiero, ormai confermato dall’esperienza storica mondiale: “Quando la violenza estrema della dittatura convive con la povertà estrema, nasce e si sviluppa un processo ‘alchemico’ che trasforma il carattere dell’individuo.”
Arben Borshi, un componente dell’Associazione degli ex perseguitati politici, che da sempre ha apprezzato il lavoro di Verga, ha ringraziato per l’impegno, per l’iniziativa atta a informare e a divulgare il più possibile fatti veritieri su quanto accaduto. Uno stralcio di storia, quella della dittatura comunista albanese, che non deve essere dimenticato, perché solo così si può imparare dagli errori commessi.

Giovanni Verga, visibilmente emozionato, ha spiegato le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere il libro, il lavoro svolto per consegnare al lettore un volume “non storico” ma di storie. Una precisazione fondamentale, poiché si è limitato a trasferire nel testo quanto gli è stato riferito dai testimoni, senza preoccuparsi di andare a verificare ciò che potesse essere più o meno vero. Ha fatto un corposo riferimento alla vicenda di Fatos Lubonja, a quella di Vera Bekteshi, sottolineando il suo interesse a far emergere le dinamiche assurde del regime, le tecniche utilizzate per incolpare e condannare. Altresì, ha voluto evidenziare come abbia cercato di rimanere sempre al di sopra le parti, senza mai giudicare.

Un incontro di grande rilievo e molto sentito, che ha permesso di dialogare su tematiche forti, senza che fosse mai puntato il dito contro nessuno, se non contro l’abietto totalitarismo.

