Il libro L’uomo che non doveva mai morire. L’Albania e il regime di Enver Hoxha di Giovanni Verga è una raccolta intensa e toccante che offre uno sguardo profondo sulla realtà dell’Albania durante il regime comunista di Enver Hoxha.
Il contesto storico descritto nell’opera è quello del periodo della dittatura comunista in Albania, che si estese dalla fine della Seconda guerra mondiale fino al 1991, con particolare attenzione agli anni del potere assoluto di Enver Hoxha (1944–1985). Si tratta di un’epoca contraddistinta da una dittatura totalitaria di ispirazione marxista-leninista, segnata da un isolamento radicale del Paese, dalla feroce repressione del dissenso e da un culto della personalità portato all’estremo.
Dopo la guerra, Enver Hoxha consolidò il proprio potere eliminando sistematicamente gli avversari politici e trasformando l’Albania in uno Stato a partito unico, sotto la guida del Partito del Lavoro d’Albania. Inizialmente alleata con la Jugoslavia di Tito, poi con l’Unione Sovietica di Stalin e infine con la Cina maoista, l’Albania ruppe progressivamente i legami con ciascuna di queste potenze, fino a ritirarsi completamente dalla scena internazionale, diventando il Paese più isolato d’Europa.
Il regime si serviva del Sigurimi i Shtetit, un potente apparato di sorveglianza e repressione, per esercitare un controllo capillare su ogni aspetto della vita quotidiana. Numerose furono le epurazioni (purghe), non solo contro i veri oppositori del regime, ma anche contro membri di alto livello dello stesso apparato, come Beqir Balluku e Mehmet Shehu, accusati di tradimento e successivamente eliminati.
Dal punto di vista sociale e culturale, il regime intraprese anche una violenta campagna contro la religione, culminata nel 1967 con la proclamazione dell’Albania come primo Stato ufficialmente ateo al mondo. Migliaia di luoghi di culto furono distrutti e numerosi esponenti religiosi, appartenenti a tutte le confessioni, vennero arrestati e imprigionati.
Alla fine degli anni Ottanta, dopo la morte di Enver Hoxha nel 1985 e con la caduta dei regimi comunisti nell’Europa orientale, l’Albania entrò in una lenta e complessa fase di transizione verso la democrazia, segnata da una profonda crisi economica, un collasso sociale e una massiccia ondata migratoria. Questa fase storica fu caratterizzata da proteste studentesche (nel 1990), dalla legalizzazione del pluralismo politico e dalla rimozione dei simboli del comunismo, come l’abbattimento della statua di Hoxha nel 1991.
L’opera di Verga e la documentazione su cui si basa offrono un ritratto realistico dei meccanismi repressivi di un regime autoritario, dei traumi profondi che tale regime ha inflitto alla vita degli individui e delle famiglie, nonché del difficile cammino dell’Albania verso la democrazia e la riconciliazione con il proprio passato. Fondata su fatti storici concreti e testimonianze personali, essa delinea con rigore e sensibilità un periodo che ha lasciato un’impronta indelebile nella coscienza collettiva del popolo albanese.
In questo racconto, l’autore ci guida in un viaggio emotivo attraverso i ricordi oscuri di Tanushi, un anziano di Durazzo, testimone diretto di un’epoca segnata dalla paura, dalla repressione e dall’isolamento. Tanushi narra il sistema oppressivo instaurato da Hoxha, un leader che, da studente fallito a Parigi, divenne un dittatore spietato capace di distruggere ogni forma di libertà individuale. L’isolamento totale del Paese e la punizione brutale di qualsiasi forma di pensiero divergente vengono rappresentati attraverso le esperienze personali di Tanushi e dei suoi amici, imprigionati semplicemente per aver discusso in modo innocuo delle riforme in Unione Sovietica. Gli interrogatori con torture fisiche e somministrazione di droghe allucinogene, il lavoro forzato nelle miniere e le lunghe condanne carcerarie – come nel caso emblematico di Pjetër Arbnori – testimoniano la brutalità sistematica del regime.
Attraverso la vicenda di Arbnori, intellettuale che, dopo decenni di prigionia, divenne un simbolo della democrazia, e grazie ai ricordi di coloro che furono perseguitati unicamente per le proprie idee, il libro restituisce le tragedie umane consumatesi in nome della “rivoluzione”. Particolarmente toccante è la descrizione della repressione religiosa: i luoghi di culto furono demoliti, i religiosi perseguitati, e figure come padre Zefi o don Shtjefën Kurti vennero condannate in processi farsa, colpevoli solo del loro impegno spirituale e morale.
Il libro documenta inoltre le storie personali di intellettuali e artisti puniti per le loro convinzioni o per la loro creatività.
Uno dei casi più emblematici è quello del poeta Vilson Blloshmi, fucilato per una poesia ritenuta “antiregime”. Viene citato anche Maks, pittore incarcerato per il suo stile moderno, e Lekë, musicista punito per la sua origine familiare. Queste persone persero tutto – l’arte, la libertà e, in molti casi, la vita – in un sistema che temeva profondamente il pensiero libero e l’espressione creativa.
l libro descrive una realtà in cui il controllo era onnipresente: anche un sogno o una frase scritta in un diario potevano diventare motivo di condanna. Nel museo “La Casa delle Foglie”, testimonianze concrete di questo sistema di sorveglianza vengono rese tangibili – microfoni nascosti, dossier falsificati, registrazioni di interrogatori. È una memoria viva di un’epoca in cui perfino i bambini venivano indottrinati a spiare i propri genitori e la propaganda statale prendeva il posto della verità.
In sostanza, il libro di Verga è più di un semplice ricordo: è un atto di testimonianza e di resistenza. Dà voce a coloro che si è cercato di zittire per sempre, e attraverso le loro storie ci mette in guardia contro i pericoli sempre attuali dell’autoritarismo. Dona alla storia albanese una dimensione profondamente umana, toccante e significativa. In un’epoca in cui la libertà è spesso data per scontata, questo libro ci ricorda il suo prezzo e l’urgenza di non dimenticare.
L’opera offre anche una panoramica approfondita e analitica sulla dittatura di Enver Hoxha e sulle sue conseguenze devastanti per la società albanese, articolando una narrazione che intreccia episodi storici concreti con esperienze personali sconvolgenti. Il dominio di Hoxha è descritto come un’epoca di paranoia estrema e di terrore istituzionalizzato, che raggiunge il culmine dopo il 1973, anno in cui – in seguito a un infarto – il leader comunista si chiuse in un isolamento crescente, diventando sempre più sospettoso verso qualsiasi minaccia, reale o immaginaria. Questo cambiamento psicologico segnò una nuova fase del regime, caratterizzata da epurazioni sistematiche all’interno delle élite politiche e militari del Paese, accentuando l’isolamento dell’Albania come mai prima.
Uno dei casi più emblematici di questa escalation fu quello di Beqir Balluku, ex Ministro della Difesa, accusato di tradimento a causa di una proposta di riforma militare difensiva. Fu giustiziato dopo un processo-farsa, simbolo di una dittatura che passava dalla repressione alla distruzione aperta, in cui neppure i collaboratori più fidati di Hoxha erano più al sicuro.
Le tragedie personali raccontate nel libro sono integrate in modo significativo nella narrazione per mostrare l’impatto sociale profondo del regime. La vicenda di Vera Bekteshi, figlia di un generale condannato, incarna il dolore collettivo delle famiglie dei cosiddetti “nemici del popolo”, sottoposte a internamenti, umiliazioni fisiche e un’opprimente pressione psicologica quotidiana. Il controllo capillare esercitato dalla Sigurimi, con l’uso sistematico di tecnologie di sorveglianza come microfoni nascosti, è un esempio lampante di un sistema costruito sulla paura e sulla corrosione dei legami sociali.
In questo contesto si inserisce anche la tragica parabola di Mehmet Shehu, figura chiave del regime e per lungo tempo braccio destro di Hoxha, che finì anch’egli vittima del sospetto e della repressione del suo stesso sistema. La sua storia si concluse con una morte sospetta, ufficialmente presentata come suicidio, ma che secondo analisi successive potrebbe essere stata un omicidio organizzato. Il rapporto sempre più teso tra Shehu e Hoxha – aggravato da un matrimonio del figlio di Shehu con una ragazza di “origine dubbia” secondo i criteri ideologici del regime – trasformò una questione privata in un conflitto politico letale, dimostrando ancora una volta come, in un regime totalitario, ogni gesto individuale potesse essere percepito come un tradimento contro lo Stato.
Un’altra parte significativa del libro è dedicata all’analisi della trasformazione dello spazio pubblico a Tirana dopo la morte di Enver Hoxha. La piazza centrale della capitale, un tempo emblema del potere del regime, divenne negli anni Novanta il teatro di una transizione identitaria complessa. Anziché affrontare apertamente il passato, si scelse una strategia di neutralizzazione attraverso interventi urbanistici, nel tentativo di costruire una nuova identità nazionale senza fare realmente i conti con l’eredità violenta della dittatura.
Il libro si conclude con un’analisi dettagliata del periodo di transizione dalla dittatura alla democrazia dopo il 1990, ripercorrendo gli sviluppi politici dalle proteste studentesche fino alle riforme costituzionali e agli sforzi per l’integrazione europea. Sottolinea come, nonostante i cambiamenti istituzionali, le ferite lasciate dal sistema totalitario continuino a influenzare profondamente la società: traumi collettivi non elaborati, l’assenza di un autentico processo di riconciliazione nazionale e la fragilità dei legami sociali sono ancora oggi realtà tangibili.
Quest’opera risulta fondamentale non solo per comprendere a fondo gli eventi specifici del periodo comunista in Albania, ma anche per analizzare temi storici universali come la dittatura, la repressione politica, i meccanismi di controllo statale e il loro impatto sulla vita individuale e collettiva. Si presenta come un documento vivo di quell’epoca, costruito su racconti reali, testimonianze dirette e un’analisi rigorosa degli eventi che hanno segnato in modo indelebile la memoria collettiva albanese.
Attraverso le descrizioni dettagliate di figure note come Beqir Balluku e Mehmet Shehu, e le storie di persone comuni come Vera Bekteshi o Maks, il lettore viene guidato in una comprensione più profonda di come un regime totalitario, fondato sulla paranoia e sulla paura, possa distruggere vite, deformare le relazioni umane e dominare attraverso la manipolazione della verità.
Allo stesso tempo, quest’opera contribuisce in modo significativo alla formazione di una consapevolezza storica sul funzionamento dell’apparato statale della violenza e su come l’ideologia comunista, applicata nella sua forma più estrema in Albania, abbia condizionato ogni aspetto della vita quotidiana. Attraverso le sue pagine, diventa possibile comprendere non solo i crimini e le ingiustizie del passato, ma anche le radici di ferite ancora aperte nella società albanese.
Questo rende il libro un contributo prezioso al dibattito contemporaneo sulla giustizia transizionale e sulla necessità di un confronto sincero con il passato. In una società che ancora fatica ad affrontare l’eredità della dittatura, l’opera solleva interrogativi essenziali sulla responsabilità, sulla memoria collettiva e sulla costruzione di un futuro più giusto.
Inoltre, questa testimonianza è fondamentale per l’educazione delle nuove generazioni, che non hanno vissuto direttamente il periodo comunista. Offre loro una rara opportunità di entrare in contatto con la realtà di un’epoca oscura, per comprendere cosa significhi vivere senza libertà, sotto una paura costante e con un’identità repressa. In tal modo, il libro non è soltanto un racconto del passato, ma uno strumento potente per lo sviluppo della coscienza civica, il rafforzamento dei valori democratici e la prevenzione del ripetersi di errori storici.
L’importanza dell’opera risiede anche nel suo valore attuale: essa non è solo memoria, ma un intervento necessario nel presente. Contribuisce al dibattito pubblico sull’identità nazionale e sul modo in cui va narrata la storia di un Paese che ha vissuto un’esperienza così traumatica. Ci ricorda che, senza una conoscenza profonda e consapevole del passato, non è possibile costruire un futuro stabile e giusto. Per questo motivo, il libro rappresenta una risorsa preziosa per la riflessione storica contemporanea e uno strumento imprescindibile per chi desidera comprendere la complessità della società albanese.
Invito i lettori ad avvicinarsi a questo libro non soltanto come a un testo storico, ma come a una testimonianza profonda e umana di ciò che è accaduto durante la dittatura comunista in Albania. Non si tratta solo di eventi lontani nel tempo: l’opera parla alla nostra coscienza collettiva, ricordandoci che la libertà, il pensiero critico e il diritto di essere sé stessi non sono dati per scontati, ma conquiste da difendere con impegno. Leggendola, possiamo imparare a comprendere meglio il passato, a metterci nei panni delle vittime silenziose e a cogliere le radici di alcune sfide ancora attuali nella nostra società.
Questo invito alla lettura è rivolto in particolare ai giovani, affinché conoscano una storia che non hanno vissuto direttamente, evitando così il rischio di idealizzazioni o dell’oblio collettivo. Attraverso questo libro, possono costruire una coscienza storica più profonda e consapevole. Invito anche insegnanti ed educatori a farne uso: quest’opera può diventare uno strumento efficace per l’insegnamento, per stimolare il pensiero critico sul passato e accrescere la sensibilità verso i valori democratici.
Un appello speciale va ai decisori politici e alle figure pubbliche, che troppo spesso parlano di storia senza conoscerla a fondo o senza una riflessione adeguata. La lettura di questo libro li aiuterebbe a comprendere quanto sia importante elaborare politiche della memoria, riabilitare le vittime e affrontare la questione della giustizia transizionale.
Raccomando infine quest’opera a studiosi di storia, sociologia e diritto: essa è ricca di esperienze e riflessioni che arricchiscono il dibattito accademico sui regimi totalitari e sulle modalità di confronto con essi.
In conclusione, quest’opera è destinata a ogni cittadino che desideri comprendere più a fondo il Paese in cui vive, che voglia contribuire alla costruzione di un futuro più luminoso e giusto, senza dimenticare mai il prezzo del passato. La sua lettura non è solo un atto culturale, ma un vero e proprio atto civico.
prof.ssa Nertila Ljarja

