La notizia della morte di Ismail Kadare è giunta inaspettata ieri mattina poco prima che iniziasse la consueta riunione universitaria. Nel giro di pochi istanti, sul volto dei miei colleghi è apparso un alone di tristezza che esprimeva sinceri sentimenti di cordoglio per tutti gli albanesi e per l’Albania. Tutti apprezzavano l’arte di Kadare, alcuni di loro lo avevano conosciuto personalmente durante la solenne cerimonia di conferimento nel 2009 della Laurea Honoris Causa che gli era stata accordata dall’Università di Palermo. Nell’immediatezza di quei pochi istanti, in quell’aula che riuniva illustri accademici italiani, si è concretizzato il modesto ma significativo tributo alla memoria del grande scrittore albanese.
Kadare è stato un leale amico e autentico estimatore degli arbëreshë e della loro storia culturale e letteraria. Immortali rimarranno le valutazioni critiche che in più occasioni riservò a Girolamo De Rada e a Scanderbeg, la cui immagine eroica quasi istintivamente associava alla comunità degli Albanesi d’Italia. Indelebili sono i ricordi dei suoi viaggi in Calabria e in Sicilia. In tutte le sue visite fu circondato da affetto ed entusiasmo. Erano tanti gli arbëreshë che vollero incontrarlo, stringergli la mano e tributargli la loro gratitudine. Memorabile rimane la visita a Piana degli Albanesi, quando accompagnato dalla moglie Elena e dalla nipotina Doruntina, durante un momento che ancora oggi non saprei descrivere a parole, i presenti percepirono nel discorso di Kadare la sensazione della magica incarnazione della verità letteraria.
Kadare è stato uno dei più carismatici rappresentanti della letteratura mondiale, tra i più profondi interpreti della controversa società contemporanea, impareggiabile testimone della tragedia che ciclicamente colpisce l’umanità privandola delle libertà più elementari. Per questo la sua opera letteraria costituisce un patrimonio culturale inestimabile, che nei tempi a venire attirerà sempre più l’attenzione degli studiosi. A noi tutti e, in particolare, alla nostra Accademia delle Scienze spetterà l’onere di valorizzare la pesante eredità dell’arte kadareana e di trasmetterla criticamente ai posteri.
È un dovere scientifico che ci permetterà non solo di inverare il paradigma della morte dell’autore, tema assai caro alla teoria letteraria, ma anche di affermare che l’opera di Ismail Kadare è il vero sepolcro in cui Egli oggi riposa. Kadare amava affermare che per decenni era vissuto come un mezzo morto tra i vivi: se riusciremo nella nostra impresa, come mi auguro, a buon diritto potremo dire che da oggi e per i tempi a venire Kadare sarà il più vivo tra i morti!
Alla moglie Elena, a Gresa e a Besa, ai nipoti, all’editore Bujar Hudhri e ai tanti amici ed estimatori di Ismail Kadare, rivolgo un saluto di conforto, a nome degli arbëreshë, della mia famiglia e mio personale.



