La letteratura italofona, la sua importanza, il concetto di identità, il progetto di Albania Letteraria sono stati alcuni degli argomenti cardine del dibattito che ha animato l’incontro Voci italofone Est Europa. Scrittori Esteuropei in lingua italiana, realizzato da FARMP, in collaborazione con il Centro Interculturale della Città di Torino e Piemondo Onlus, nel contesto della XVII edizione di Portici di carta, una delle più grandi manifestazioni letterarie italiane. Oltre 2 chilometri di librerie sotto i portici tra Piazza Castello e Porta Nuova e più di 120 eventi dedicati al mondo del libro: così Torino, ogni anno, diventa un punto di riferimento per lettori appassionati e curiosi.
Molti figli d’Albania, negli anni, hanno deciso di arrivare in Italia e costruire la loro vita nel Paese tanto vicino e considerato un sogno ai tempi della terribile dittatura di Enver Hoxha, tanto da creare una Diaspora, numericamente seconda solo a quella romena. Il contributo che gli albanesi hanno dato e continuano a dare in diversi ambiti, da quello sociale, a quello politico, senza tralasciare la sfera scientifica e il campo culturale, è notevole e tra questi non è trascurabile l’apporto al settore letterario.
In Italia si sono formati autori che, pur essendo di origine albanese, hanno deciso di scrivere in italiano, la loro lingua di adozione. In virtù di tale impegno, è doveroso considerare la letteratura italofona, definita anche migrante, un completamento di quella tradotta e di pari importanza. L’italofonia ha posto l’accento su nuove tematiche, un diverso modo di scrivere e di porsi al lettore e ancora oggi, purtroppo, non riceve la giusta attenzione.
Durante le piacevoli discussioni che nascono in Albania con i letterati residenti in Patria e che scrivono nella loro lingua d’origine, emerge spesso una visione che le conferisce un ruolo minore. Ciò non esclude che si tratti di libri interessanti, ma, probabilmente, privi della capacità di narrare il vero Paese delle Aquile o di incarnare le caratteristiche che contraddistinguono la cultura letteraria albanese.

Diventa urgente abolire tali preconcetti, figli della scarsa informazione e di un’idea errata di scrittura italofona e del suo background, per dare il giusto valore a una letteratura che non è di minor pregio. Basti pensare, per esempio, ad autori come Elvira Dones, conosciuta e apprezzata in svariate parti del mondo, Anilda Ibrahimi, autrice einaudiana, Darien Levani, un avvocato di Ferrara, scrittore pluripremiato, Gentiana Minga, una poetessa tra le più valide, Artur Spanjolli e Ron Kubati tra i primi a vedere i loro libri pubblicati in Italia, Artur Nuraj, un autore che narra della cruda Albania rossa attraverso i thriller.
Prendendo spunto da un intervento del moderatore del panel Raffaele Taddeo, si è parlato del delicato concetto di identità, che spesso riguarda l’immigrato che si sente straniero nel Paese che lo ospita, nonostante abbia una vita, un lavoro e una famiglia e, al contempo, estraneo quando si reca in terra natia. Al centro della discussione, anche le seconde generazioni, i figli degli albanesi che sono arrivati in Italia, la conservazione della lingua e delle tradizioni.
Svariate argomentazioni, quindi, sulle quali è intervenuta anche la scrittrice e traduttrice Irina Turcanu, nata in Romania. L’autrice, che vive e lavora in Italia dal 2002, si è trovata concorde sia sulla funzione di “sorella minore” attribuita alla letteratura italofona, che sul difficile ruolo che l’identità assume nella vita del migrante, un disagio che si ritrova spesso nei testi pubblicati. Dopo un breve excursus nella letteratura romena italofona, Irina ha parlato dei suoi lavori. Già autrice di cinque volumi pubblicati tra il 2010 e il 2014, esce proprio in questi giorni, per i tipi di Marsilio Editori, il suo ultimo, intitolato Manca il sole ma si sta bene lo stesso .
In questo libro parto dalla fine della dittatura in Romania. È vero che si fa fatica a staccarsi dalla storia del proprio Paese quando si scrive, ma è quello che abbiamo vissuto e che, inevitabilmente, torna. Narro della mia terra, dopo la caduta del regime, ormai alla deriva, motivo per cui una famiglia decide di trasferirsi in Italia, quel luogo che tutti guardano da lontano e che sembra meraviglioso, salvo incontrare e scontrarsi con la realtà e il processo di adattamento, che si palesano in maniera ben diversa, con tutte le loro difficoltà.
Una bambina che guarda all’Italia “da altrove”, attraverso i programmi TV, che sogna, insieme alla sua famiglia una vita differente in un mondo che pare perfetto. Il sogno italiano di cui parla tanto bene Ardian Vehbiu nel suo libro Cose portate dal mare, accomuna il popolo albanese e quello romeno. Storie disparate e anime diverse con lo stesso desiderio di una vita migliore, proprio come gli italiani e il loro American Dream, perché, alla fine, siamo un’unica umanità.



