L’incontro tra la narrativa e la poesia ha dato vita a un interessante evento, che si è svolto presso la Biblioteca Europea di Roma nel contesto del Festival Cerealia ideato e diretto da Paola Sarcina, che nella sua XIV edizione ospita l’Albania e che vede Albania Letteraria media partner della manifestazione. Eliza Çoba e Olimbi Velaj si sono confrontate su tematiche di spessore, come l’importanza della memoria individuale e di quella collettiva e il ruolo della donna nell’evoluzione socioculturale dell’Albania.

Le autrici hanno raccontato, in maniera diversa, il Paese delle Aquile. Le letture sono state affidate all’attrice Anita Pagano, l’interpretazione dall’albanese all’italiano è stata di Fetjola Turmetaj. Sono intervenute l’Ambasciatore della Repubblica d’Albania Anila Bitri Lani e l’Ambasciatore del Kosovo Nita Shala.
Lavorando come giornalista ho avuto modo di vedere tante cose e di raccontarle, in un certo modo. Purtroppo, però, in qualità di professionista del settore informativo, le cose si possono dire fino a un certo punto. Così, ho deciso di narrarle attraverso la poesia, per sentirmi più libera.

Nell’antologia La felicità degli altri, pubblicata da Pettirosso Editore nella traduzione di Valbona Jakova, i versi della Velaj sottolineano, con sofferta veemenza, le condizioni dell’Albania. Il Paese, a suo dire, è stretto nella morsa della corruzione e pur avendo lo sguardo proiettato verso il futuro, è costretto a fare i conti con il filo indelebile che lo lega inesorabilmente al passato, che si fa truce nel ricordo della poetessa. Sono anime morte quelle che popolano le sue liriche, nonostante la necessità di giustizia si faccia urgenza e il risveglio diventi di fondamentale importanza.
Si tratta di uno strano modo di fare, che accomuna i Paesi che hanno subito il potere dittatoriale e che comporta una sorta di negazione, non tanto di quanto accaduto, bensì della responsabilità individuale in quello che è successo.

Esiste una soluzione o tutto è perduto? La risoluzione si trova contrastando il male, come ha detto la scrittrice: la sua accettazione spegne l’anima e ogni prospettiva positiva.

Eliza Çoba nel racconto Il mio zio italiano narra di una storia familiare, per raccontare quella dell’Albania.
Questa storia, realmente accaduta, mi è stata raccontata da mia madre e ho deciso di metterla nero su bianco, affinché la memoria rimanga viva.
La tradizione orale caratterizza da sempre la letteratura albanese: tante storie che si ritrovano nei libri dei più grandi scrittori sono racconti arrivati dalla voce di qualcuno e in questo caso da quella delle donne. Inoltre, Eliza, ha voluto restituire la parola alla memoria di chi non può più raccontare.
Sono andata via dall’Albania nel 1992, perché l’unica alternativa per un futuro migliore era quella di studiare in Italia. Mi sono ritrovata a Roma, da sola, in uno studentato e quando tornavo nel mio Paese, mi dicevano “beata te”, “quanto sei fortunata”. Ma quale fortuna! Io avrei voluto restare in Albania.

Il distacco dalla propria terra e tutto quello che ne rimane quando si è costretti a lasciarla: oggi, l’autrice è una donna realizzata in ogni campo della sua vita.
Chi è rimasto e chi è andato: due donne, diverse tra loro, una che vive e lavora in Albania e l’altra che ha lasciato il suo Paese. Guardano al presente e al futuro in maniera differente, ma sono accomunate da un unico filo conduttore, che si chiama libertà.

