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Intervista a Daniele Bresciani. “Racconto l’Albania di Hoxha insieme all’ispettore Miranda”

Anna Lattanzi Anna Lattanzi
21 Marzo 2025
Daniele Bresciani Modificata

Daniele Bresciani

Daniele Bresciani è un giornalista e uno scrittore; ha lavorato alla Gazzetta dello Sport ed è stato vicedirettore di Vanity Fair e Grazia. Oggi è responsabile dei contenuti editoriali di Ferrari.

Il 19 marzo è uscito, per i tipi di Bompiani Editore, il terzo romanzo che vede protagonista l’ispettore Dario Miranda, già al centro di altri due volumi. Le vicende narrate si intrecciano con l’Albania, con la Storia fatta dal regime di Enver Hoxha. Sono due le vicende che corrono parallele, per poi amalgamarsi e trovare una radice comune che parte dai tempi in cui il Paese delle Aquile era stretto nella morsa del totalitarismo, in cui la dignità umana era calpestata. Sono i personaggi, le vicissitudini, i riferimenti alle tradizioni a raccontare un pezzo di Albania, in un noir ben costruito, avvincente con un profilo altamente divulgativo.

Ne parlo con l’autore nell’intervista che segue. Buona lettura.

La Lince Sa Aspettare Cover

Parliamo di Dario Miranda, l’indiscusso protagonista de La lince sa aspettare.

Si tratta del terzo romanzo che vede protagonista l’ispettore Miranda, un poliziotto che lavora in un commissariato della periferia di Milano. Fisicamente è un uomo corpulento, molto alto. L’ho immaginato somigliante a Diego Abatantuono del film Mediterraneo. Miranda ama il suo lavoro, non è disilluso, non è incattivito con il mondo e soprattutto ha la passione per gli animali e per i parchi. Mi piaceva far emergere questo contrasto tra Milano che è conosciuta come la città di cemento, piena di strade, di traffico, o come città della moda e la natura.

Esiste la convinzione errata, a mio avviso, che Milano sia brutta.

Credo che Milano sia gelosa dei propri spazi, a differenza di Roma, la cui bellezza ti raggiunge anche se non la cerchi. Milano è più restia a mostrarsi, ma in realtà ha dei cortili meravigliosi, soprattutto nelle zone centrali, ma appunto sono cortili, situati all’interno dei palazzi: devi entrarci per vederli. Per conoscere Milano devi impegnarti a scoprirla.

Miranda, dal canto suo, ha questa passione sana o insana per i parchi. Ho fortemente voluto mostrare lo sconosciuto  lato verde della città meneghina. Nel primo romanzo, che si intitola Anime trasparenti, ho inserito il Parco Nord, che è il più grande della città ed è quello di riferimento dell’ispettore, poiché abita in quella zona.

In Testimone la notte, il secondo libro, compare il Parco delle Cave, che è caratterizzato da piccoli laghetti. Una volta c’erano le cave e per questo, sono rimasti dei piccoli specchi d’acqua. In quel parco Miranda conduce le indagini perché qualcuno posiziona delle tagliole per le volpi. Quest’ultima è un’altra cosa che mai si immaginerebbe: a Milano ci sono le volpi.

Ne La lince sa aspettare ritroviamo il Parco Lambro, che è il mio Parco di riferimento, perché da bambino ci andavo insieme a mio nonno. È molto grande ed è quello dove si consuma uno degli omicidi che si raccontano nel libro e nello specifico quello di una ragazza albanese.

Perché hai voluto introdurre l’Albania in questa terza avventura di Miranda?

Il volume è ambientato nel 2021, quindi nel periodo post covid, ma soprattutto nell’anno in cui si è celebrato il XXX anniversario dell’arrivo della nave Vlora. Per chi come me ha vissuto quel periodo, sa che quello sbarco rappresenta qualcosa di epocale. Tutti ricordano l’approdo di quella imbarcazione carica di uomini sulle coste pugliesi: quelle immagini sono rimaste impresse nella memoria di tutti.

Prima di quegli sbarchi, si sapeva pochissimo dell’Albania, di quello che accadeva al di là del Mediterraneo, di un Paese stretto nella morsa della dittatura. Non sapevamo nulla di un luogo così vicino, quasi raggiungibile a nuoto dalla Puglia.

Le vicende che animano La lince sa aspettare partono dagli ultimi anni della dittatura, dalla morte di Enver Hoxha: cerco di descrivere ciò che accadde dopo la morte del dittatore. Naturalmente, non si tratta di un saggio, né di un libro di storia, ma ho comunque studiato e fatto ricerche per scriverlo. Ciò che ho riportato mi è arrivato o dai racconti di persone, che sono state così gentili o generose da mettermi a parte della loro storia o dalla lettura di libri, che sono citati nei ringraziamenti.

Un romanzo, quindi, che lascia spazio anche all’informazione.

Certo. Si tratta di due storie che corrono parallele e che si intersecano alla fine, riportando fatti che delineano il profilo dell’Albania di quel tempo.

Attraverso la storia di Besa, la giovane protagonista albanese del romanzo, hai ripercorso tutto ciò che accadeva nel periodo della dittatura. Vorrei soffermarmi sulla scelta del nome: Besa ha un significato molto importante e caro agli albanesi. 

La scelta dei nomi è stata accurata ed è frutto di lunghe sedute analitiche con Olti Buzi. Quando scrivo un libro e  devo scegliere nomi stranieri faccio una cosa semplice: vado a guardare le formazioni nazionali, siano esse di calcio o di un altro sport. In questo caso avevo bisogno di nomi semplici anche per il lettore italiano e Besa è un nome facile da ricordare, come lo è Fatmir.

Sorrido quando penso ai confronti con Olti: io abbinavo un nome a un cognome e lui diceva no, non va bene. Era come se io dicessi Carmela Brambilla, quindi un cognome del Nord abbinato a un nome del Sud o viceversa. Non andava bene. Pertanto, più che un aspetto filo romantico, direi che i nomi sono frutto di diversi raffronti, di uno studio approfondito, perché volevo che tutto fosse credibile e reale.

Sono un giornalista, arrivo da una formazione giornalistica e ho sempre svolto la mia professione, tranne che in questi ultimi anni: ora mi occupo di comunicazione d’azienda. Però, quell’imprinting rimane: per questo desidero che le cose siano giuste e che funzionino, che siano coerenti con quello che scrivo.

Besa ci è sembrato, quindi, un bellissimo nome, al quale abbiamo abbinato il cognome Guri. Un connubio semplice: sono 4 sillabe, che il lettore non deve sforzarsi per ricordare. È stata una scelta molto più prosaica che poetica.

Interessante. Stupisce che la preferenza del nome sia caduta su Besa. Attribuirlo al personaggio fulcro, sembra una scelta coraggiosa. 

Attenderò che i lettori albanesi mi dicano se ho fatto male, oppure ho fatto bene.

Parliamo delle tradizioni popolari che si ritrovano nel testo. Il titolo, per esempio?

Il titolo deriva da una credenza che torna nel testo, ma non solo. Mi piace che ci sia sempre il riferimento a un animale. Nel precedente libro c’era il nibbio. Amo molto la leggenda legata alla lince, la cecità procurata da un incrocio con il suo sguardo, ma al contempo ho voluto esaltare la purezza che non può essere contaminata da una narrazione tradizionale. Senza fare spoiler, posso solo dire che anziché la paura, sopraggiunge la convinzione che quell’animale possa addirittura proteggere.

L’Albania vanta una ricca tradizione e alcune delle storie che ne fanno parte sono bellissime e anche molto toccanti. Mi è sembrato giusto fare un accenno a questo aspetto. Si parla anche di Kanun, ma di come sia spesso manipolato.

Ho molto amato Aprile spezzato, di Ismail Kadare il cui finale è davvero spiazzante. Mi ha molto affascinato tutto quello che ho fatto durante la stesura del libro. Soprattutto è stato un lavoro che mi ha dato moltissimo in termini umani. Grazie a questo testo ho conosciuto persone notevoli e ne esco umanamente arricchito.

Ho anche pensato che ci fosse qualcosa di predestinato. Mi sono interfacciato con persone di Milano, perché vivo in città, ma lavoro a Modena e scoprire che in un posto non così grande ci sia una grossa comunità albanese, non mi è sembrato un caso. Proprio nelle due città dove io vivo: a Milano ci sta, ma Modena mi ha stupito.

Sei stato in Albania?

No, non ci sono mai stato. Era in programma, ma è stato un periodo molto impegnativo.

Una domanda al giornalista. Due parole su quella che è la situazione in Albania o quella che sarà in futuro, secondo te.

Non è facile rispondere a questa domanda senza entrare in dettagli strettamente politici, che vorrei evitare. Gli uomini e le donne albanesi hanno avuto la grande capacità di cercare e trovare una nuova vita fuori dal loro Paese, inserendosi bene nel posto che li ha accolti, conservando, allo stesso tempo, le proprie radici. In virtù di questo, posso solo pensare che l’Albania sia destinata a crescere e a diventare un Paese importante nello scacchiere internazionale.

Certo, guardando la situazione nel mondo, qualche paura sopraggiunge, ma a livello molto più ampio. Chiaramente stiamo vivendo un momento particolare. Qualcuno oggi mi diceva che tutti noi meriteremmo un oscar per come fingiamo di credere che nulla stia avvenendo nel mondo.

In una situazione così preoccupante, mi viene da dire che i popoli che hanno sofferto di più, che hanno dovuto quasi abituarsi alla sofferenza in tempi recenti e penso molto alla zona dei Balcani, che hanno vissuto situazioni difficili, credo che possano insegnare agli altri il male che può procurare un conflitto o quali possano essere le terribili conseguenze della dittatura. Spero che possano dire qualcosa a chi persegue la strada sbagliata, soprattutto in un momento come questo. I nostri padri e i nostri nonni hanno vissuto la guerra: noi mai. Siamo sempre rimasti nella bambagia e un eventuale conflitto ci sembra una cosa lontana, che non possa toccarci.

Non ti rimane che andare in Albania.

Succederà presto. Di solito faccio sempre i sopralluoghi, questa volta non ci sono riuscito. Mi affascina molto la parte montana dell’Albania, che descrivo nella sezione iniziale. Per me ha un fascino speciale.

Tutti i libri di Miranda partono sempre da un dato reale, da un fatto di cronaca che mi ha particolarmente colpito. In Anime trasparenti, affronto lo spaventoso problema dei bimbi che scompaiono. Testimone la notte parte da una vecchia storia di bullismo. Ne La lince sa aspettare ho voluto parlare di quell’integrazione che non rinnega ciò che si è: integrarsi vuol dire convivenza, non negazione. La dedica che si trova all’inizio è ai tanti che hanno lasciato il proprio Paese, cosa che non si fa mai a cuor leggero, poiché significa fare un salto nel buio. Volevo che fosse un omaggio al coraggio e all’umanità.

 

 

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