Per comprendere al meglio la figura di Enver Hoxha è necessario capire la cultura albanese.
Con queste parole ha esordito Fatos Lubonja, intervenuto alla presentazione del libro L’uomo che non doveva mai morire. L’Albania e il regime di Enver Hoxha del giornalista e scrittore Giovanni Verga, edito da Prospero Editore, svoltasi lo scorso 13 maggio presso la Biblioteca dell”Istituto Italiano di Cultura a Tirana. L’evento rientra nel ciclo di incontri organizzati dall’IIC, in collaborazione con Albania Letteraria, che vede avvicendarsi scrittori albanesi tradotti in italiano e autori italiani che hanno scritto di Albania. Ad assistere al dibattito un pubblico partecipe e numeroso, tra cui gli studenti del Liceo Petro Nini Luarasi.

Fatos Lubonja ha offerto una lucida analisi della macchina dittatoriale albanese, che ha stretto il Paese nella morsa del potere totalitario per più di quarant’anni, costringendo la popolazione alla fame non solo fisica, ma anche di libertà personale e di pensiero. Un meccanismo apparentemente assurdo.
Non erano meccanismi assurdi. In realtà, erano ben studiati. Era la macchina del terrore.
Verga ha trattato ampiamente nel suo libro la storia di Lubonja, del suo arresto, in seguito al ritrovamento di un romanzo, che aveva definito anti-romanzo, con lo spirito del giovane che voleva distinguersi a quei tempi e di altri suoi scritti, considerati contro il regime. Tratta anche della ricondanna che ha subito mentre era già in carcere e che lo stesso Lubonja ha raccontato durante l’incontro.
Due miei amici, che avevano studiato nell’Unione sovietica, ex comunisti, scrissero una lettera dura contro Enver Hoxha e il comitato centrale: era il 1977. Una missiva scritta dal carcere, non aperta, ma indirizzata al comitato centrale, sicuramente accusatoria, ma era solo una lettera da parte di due persone. Il governo non si accontentò di condannarli, come in media faceva, cioè per propaganda contro il regime, ma volle dar loro una punizione esemplare, creando un’accusa che li vedeva fondatori di un’organizzazione criminale e tra i membri, ci finii anche io. Quindi, ci massacrarono in un processo investigativo per far accettare questi fatti, in realtà, inesistenti e poi a porte chiuse, con un procedimento di secondo grado, senza diritto di appello, senza avvocati, nella prigione di Tirana. I miei amici furono condannati a morte e io ad altri sedici anni di carcere.

L’uomo che non doveva mai morire, come spesso asserisce il suo autore, non è un libro storico, ma un testo composto da storie di chi ha subito sulla propria pelle le atrocità del regime. Lubonja ha descritto come la dittatura riduce l’uomo, come lo schiavizza nella mente e ha fatto riferimento al concetto di vendetta.
Hoxha ha fatto suo il concetto di vendetta nella modalità che aveva di gestire le purghe. Nella sua testa, il figlio, il fratello o un parente dell’arrestato avrebbero potuto vendicarsi, motivo per cui incarcerava e puniva tutta la famiglia. Non era certo sano di mente, ma al contempo era un lucido criminale.
Il confronto tra i due ospiti ha acceso un dialogo interessante e ricco di spunti con il pubblico presente. Molti hanno interagito ponendo domande, offendo spunti di riflessione non solo sul passato dell’Albania, ma anche sul presente e sulla sua stretta connessione con quei tempi.

