Portarsi dentro una storia e finalmente trovare la forza, il tempo, il coraggio di darle la forma delle parole. Non è facile, non è leggero. Ci sono storie sconosciute tenute per sempre nei ricordi e nel cuore che non hanno trovato e non troveranno mai la via della penna.

Quella di Manfred Bushi ce l’ha fatta ad uscire e a fissarsi nelle pagine di un libro: Il canto dei lendini (Besa Muci Editore 2025). Dell’Albania comunista è tutto poco noto; ma del periodo iniziale del regime instaurato alla fine ’44 da Enver Hoxha, si sa ancora meno, avvolto com’è in nebbie che il tempo non può che infittire. Ma Bushi questa storia, una storia vera, se la portava dentro chissà da quanto e, ripensandola, inconsapevolmente la strutturava.
Chissà chi gliel’ha raccontata, chissà come la conobbe, ma lui la narra a noi col passo del cantastorie, di chi la racconta ad un uditorio raccolto attorno ad un fuoco, coi visi illuminati dalle fiamme.
Uno screzio da niente, un equivoco fra il triviale e la banalità, nel tempo in cui si fronteggiavano l’Albania antichissima, ancestrale del Kanun, la legge della montagna, e l’Albania nuova, socialista e moderna in cui la legge era quella dei codici e del Partito, fece sì che un uomo dovette dalla sera alla mattina abbandonare la povera casupola persa nelle montagne del Nord e soprattutto la moglie, un figlio adolescente e una bimba appena nata per fuggire. Fran, così si chiama quell’uomo, vendicò la morte del fratello ammazzando colui che l’aveva assassinato. Si ritrovò nel mezzo di due Albanie opposte l’una all’altra, antagoniste, destinate una a soccombere e l’altra a prevalere.
Mentre a Tirana Enver Hoxha e il suo stato maggiore… uomini come Xoxe, Shehu, Balluku… organizzavano il nuovo potere popolare, in quello sperduto villaggio una commissione di saggi si riunì per deliberare cosa fosse prescritto per quel caso dalla legge orale tramandata dagli anziani. E così Fran, per trovarsi in regola col kanun e con la considerazione dei vicini, uccise, prese il sangue, ritrovandosi ricercato dalla polizia, dalle forze dell’inseguimento le definisce Bushi, cioè quei reparti un po’ soldati e un po’ guardie, che davano la caccia ai reazionari, ai nemici del popolo. Qui uno dei passaggi più belli e potenti della scrittura dell’autore: Fran osserva il corpo dell’uomo riverso a terra, colpito, morente, la sua vita stava svanendo così come muore un’unica goccia di pioggia nella terra arida e polverosa di luglio.
Fran scappa, dal villaggio, dalle montagne del nord, espatria. Esce dall’Albania, e, incredibilmente, esce dalla nostra storia. Quello che all’inizio sembrava il personaggio centrale, sparisce, svanisce. Diventa un fantasma. Di lui giungono solo voci, malevole per lo più, su come se la passa e se la spassa in Belgio. L’imprevisto protagonista di questa storia è una donna. È Dilore, raccontata con tanta tenerezza, tanta attenzione e dolcezza da farla diventare un omaggio alle donne. Soprattutto quelle che, come lei, ce la fanno da sole a campare, a trovare una strada, magari nel fango ma dignitosa, per sé e per i figli.
La donna, moglie di un fuoriuscito, quindi un traditore, un rinnegato, viene portata coi figli in un campo di internamento e di lavoro. E questo diventa, nel racconto, il palcoscenico dell’umanità. Soprattutto nelle parole di due dei deportati, il bey (figlio di un proprietario terriero giustiziato), e il prete, salvatosi, si vocifera fra le baracche, per l’intervento di qualche parola potente. Il primo, cinico e apparentemente duro, e il secondo, colto e uomo di fede, danno vita a un confronto fra opposte filosofie, fra due mondi diversi e che pure mostrano di saper parlare fra loro e anche di rispettarsi. Quando il tifo portò via anche il sacerdote, il bey pianse le sue uniche cinque lacrime.
Ci sono tanti passaggi letterariamente belli, in questo racconto. Ne cito uno perché me ne ricorda un altro, letto tanti anni fa ne Il crepuscolo degli dei della steppa, di Ismail Kadare. Moriva dalla voglia, il giovane romanziere, non ancora famoso, inviato in Russia a perfezionarsi, moriva dal desiderio di raccontare alla sua bella amica la leggenda di Doruntina, ce n’erano di simili in tutti i Balcani, ma la loro, la versione albanese, era indubbiamente la più struggente. Noi abbiamo inventato le leggende, mentre i nostri vicini se ne sono impossessati, dando i nomi e scrivendole, si legge nel Canto dei lendini.
La nuova Albania, la patria rossa del proletariato, si metterà in moto, in qualche maniera si rialzerà, fra fabbriche e campi di lavoro, e solo alla fine, quando anch’essa crollerà, si scoprirà quanto quella di un tempo, nel bene e nel nel bene e nel male, era sopravvissuta sotto la cenere.




