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Sicario – Nitroglicerina pura nella scrittura di Andrea Galli, per il killer albanese che ama Anna Karenina

“Ogni confine ha le sue bestie, e impronta dopo impronta ne genera altre. L’innocenza che affonda nel fango, il fango che si mischia al sangue”

Denata Ndreca Denata Ndreca
24 Luglio 2020
Andrea Galli Sicario

“Sicario – Come si diventa un Killer”, un libro di Andrea Galli

È la storia vera del killer più letale dell’Europa – Julian Sinanaj, nato il 17 febbraio 1983 nell’Albania del dittatore Enver Hoxha.

Una storia ricostruita con umanità, da Andrea Galli (1974), cronista del “Corriere della Sera” e autore di “Cacciatori di mafiosi” & “Il patriarca (Rizzoli)”; “Carabinieri per la libertà” & “Dalla Chiesa” (Mondadori).

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Sono pagine che fanno lo stesso rumore di nitroglicerina pura e tritolo, quelle del “Sicario – Come si diventa un Killer”, esattamente come quello usato dalle bande criminali di Salonicco e Valona. Pagine che diventano obitorio e odorano di cadaveri, togliendo l’aria – come solo i ricordi – sanno fare. Pagine che si intrecciano tra un bildungsroman e true crime, restituendoci la storia vera di un uomo programmato per uccidere, di un’anima “costretta a terrorizzare per non soccombere al terrore”

È l’Albania degli anni 90, l’inesorabile discesa verso la guerra civile. Anni in cui i saluti sono addii. Anni in cui i migranti muoiono nelle traversate, crepano di sete e fame o vengono buttati in mare perché il gommone è troppo carico. Anni in cui da clandestino, o impari l’arte di sopravvivenza, o diventi carne da macello. Quella terra dimenticata da tutti, perde giorno dopo giorno la sua gioventù. La gente è disperata e disposta a tutto pur di abbandonare l’inferno nel quale vive. È il destino comune di tante famiglie, di tanti quartieri, di tante città.

Julian, impara già da piccolo a seminare gli altri e tenersi i segreti dentro. Tratteggia volti senza bocche.

Tanto le bocche non servono. Tutto è razionato, anche parlare, anche il latte per sfamarle. Tacere è un’arma di sopravvivenza. L’unica a disposizione.

Julian e la sua sorella maggiore, non hanno giocattoli, come la gran parte dei bambini del posto, ma sono fortunati per non essere nati dei mostri, perché a Elbasan – il mostro (Kombinati Metalurgjik) – partorisce mostri, e i frutti di terra sono malati ancor prima di nascere.

È la storia di un ragazzo che non vuole lasciare la madre, non vuole lasciare la sua città, e quel giorno di partenza, avrebbe voluto estrare i pezzi dell’aquilone, montarli, liberare quel foglio di carta azzurro nell’aria e inseguirlo fino a perdersi. E perdendosi, forse si sarebbe salvato, si sarebbe ritrovato, forse…

Mentre in Italia i profughi sbarcano e vengono trasferiti negli stadi pugliesi, nel confine con la Grecia, catturano e stuprano le donne: nonne, mamme, figlie. È in atto la pulizia etnica contro gli odiati albanesi.

E non sparano, perché sparare comporta il resoconto obbligatorio, si ripiega sui coltelli. A volte sfregiano, a volte affondano nei corpi. Julian camminerà per nove giorni e otto notti sulle alture greche, con i suoi pezzi di aquilone chiusi in uno zaino. A soli tredici anni, ha visto gente morire nelle strade di Elbasan, ha visto colpi di fucile sparati a bruciapelo, pezzi di cadaveri sui sentieri delle montagne della Grecia, a terra da giorni.

Julian, a soli tredici anni, ha già imparato a gestire la paura per non ammalarsi di terrore, ha già imparato a controllare e sprigionare la rabbia che gli scorre dentro. Ha già capito che è lei l’animale che lo proteggerà, divenendo così un uomo capace di nutrire affetti ma assai meno di dimostrarli, prima un clandestino senza nome che approda nelle strade di Salonicco, poi un killer non assassino – ma un perfetto esecutore, con esordio nella città greca dove la mafia russa tutto vede e tutto sa. Un vero soldato, fedele e disciplinato nelle “arti delle guerre” che, chiederà solo poter incontrare la madre ed un libro dal quale è ossessionato: Anna Karenina. Forse perché “ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” forse perché eterna era l’attesa della felicità che non gli era stata data e che per lui non poteva essere possibile. Forse perché “non è vero che siamo tutti uguali, nemmeno davanti alla morte”.

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Argomenti: Andrea GalliDenata NdrecaRizzoli

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