La sala gremita della Biblioteca Enzo Tortora ha accolto, a Roma, lo scrittore e giornalista Giovanni Verga, che il 18 ottobre ha presentato il suo libro L’uomo che non doveva mai morire. L’Albania e il regime di Enver Hoxha, pubblicato da Prospero Editore nel 2024. A cura della Biblioteca la lettura di alcuni passaggi del testo. L’evento nasce dalla collaborazione, che si è instaurata già da tempo, tra Albania Letteraria e la Biblioteca interculturale di via Zabaglia.

La figura di Enver Hoxha, a capo del regime che ha dominato l’Albania per ben 45 anni, è stata al centro del dibattito che ha coinvolto il pubblico presente sin dalle prime battute.
Non si tratta di un libro di storia. Non era mia intenzione creare un testo storico, bensì dare vita a una sorta di reportage del passato, in cui un gruppo di testimoni narrano quanto fosse impossibile la loro vita durante il regime. Tutti vengono chiamati solo con il loro nome di battesimo, anche lo stesso dittatore.
Le parole di Verga spiegano l’obiettivo che ha mosso la sua ricerca e la necessità di raccontare gli ultimi venti anni di vita del tiranno, definito spesso paranoico, nonché un lucido criminale, che ha messo in atto la temibile macchina del totalitarismo considerato il più sanguinario dei Balcani.
Fu il padrone assoluto e unico della piccola Albania per quarant’anni. Di lui, che governò come un sultano orientale dalla fine della Seconda guerra mondiale alla sua morte, si sa tuttora poco. Soltanto che tenne con pugno di ferro lo scettro di una nazione da sempre costretta a difendersi da potenti vicini e non vicini; e che su di lui illazioni, ipotesi e narrazioni anche fantasiose hanno prevalso su testimonianze e prove certe.

La storia di Vera Bekteshi, figlia del generale Sadik, internata insieme a suo figlio di un anno e alla sua famiglia, dopo che suo padre é caduto in disgrazia e suo marito ha chiesto il divorzio politico e quella di Fatos Lubonja, figlio di Todi, capo dei principali media fino al 1973, anno in cui fu licenziato dalla Radiotelevisione albanese, per essere arrestato e con lui Fatos, sono state le testimonianze intorno alle quali si è maggiormente discusso.
Il vissuto di chi era imparentato con uomini, prima stretti collaboratori di Hoxha e poi considerati pericolosi insieme alla loro famiglia, ha colpito molto chi ancora ne sa troppo poco su quanto accaduto in quegli anni e ha spinto alcuni tra gli albanesi presenti a narrare l’esperienza personale risalente a quei tempi o quella dei loro cari.
La rivoluzione culturale che portò a una vera e propria campagna contro le religioni, fino a trasformare i luoghi di culto in palestre, cinema, posti in cui si enfatizzava il comunismo e la letteratura, come quella di Ismail Kadare, che ne Il palazzo dei sogni, considerato uno dei suoi libri più belli, edito, recentemente, da La Nave di Teseo Editore nella traduzione dall’albanese di Liljana Cuka Maksuti, racconta le dinamiche del regime, tanto da essere stato censurato alla sua uscita, nel 1980 e, ancora, l’influenza della dittatura sull’evoluzione individuale e collettiva, gli strascichi che nella moderna società si intravedono, hanno costituito gli argomenti cardine di un interessante e vivace confronto con i presenti.
Verga ha, inoltre, precisato che il titolo riprende uno slogan del regime e che, quindi, non ha alcun intento celebrativo.



