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Poesie d’accusa e di speranza nella nuova silloge di Visar Zhiti

Recensione dell'antologia Strade che scorrono dalle mie mani

Anna Lattanzi Anna Lattanzi
25 Giugno 2024
Visar Zhiti Cover 1140x570

Scheletro

Fate conoscenza con il mio scheletro:
sono io – senza i miei sogni.
Dopo offritemi ciò che volete,
sempre scheletro
resterò.

Strade che scorrono dalle mie mani. Si intitola così la nuova antologia di poesie di Visar Zhiti, con testo in lingua a fronte, pubblicata da Puntoacapo Editrice, nella collana Altre Scritture e nella traduzione del prof. Elio Miracco. Il volume è realizzato in collaborazione con l’Associazione culturale Estroversi.

Visar Copertina

Sono struggenti i versi di Zhiti, che cantano un dolore mai assopito, che offrono il grido sommesso e sofferente di chi ha patito quello che gli uomini sono capaci di infliggere agli altri uomini.

Poesie di accusa, La poesia Prostituta e Madonna, Meglio tra gli animali, Epitaffi sul vento, Epitaffi sulle onde, Ninnananna Paterna, Sono diventati migliori i nostri carnefici, Ti ricreo. Ogni sezione della raccolta ha un titolo che richiama il fulcro dei componimenti, privi di vendetta e di odio, carichi di angoscia e di amore per la Patria e che mai trascurano la luce donata dalla positività e dalla fede.

Strade che scorrono dalle mie mani è una raccolta di 340 pagine, che sottolinea il grande percorso letterario, emozionale e umano del poeta, incarcerato ai tempi della dittatura albanese per aver scritto poesie. Sono versi che corrono sul filo conduttore delle vicende personali, dal profilo universale, poiché i fatti che hanno caratterizzato la vita di Visar, riconducono alle violenze perpetrate da tutti i totalitarismi nei confronti dell’umanità.

Il primo sabato agli arresti

Cos’è mai questo sabato
che volteggia sulla mia testa
come un aereo da combattimento,
s’impiglia tra i miei capelli, cadono uccisi
frange di nubi,
raggi di luce, spezzati,
insanguinati…
Ah, mi rapano! E io sono in catene!
Mi tuffo nella pozza dei miei ricci
quasi biondi come neve di morte,
cadono ai piedi, mi circondano
poi diventano marmo, marmo di statue
che i conquistatori medioevali
frantumavano con le mazze.
Ronza la macchinetta elettrica
brividi della dittatura.
Aereo nero è quello che trasporta una bara
tra le nebbie della colpa. E io sprofondo
nell’inferno,
con il primo sabato del carcere.
La mia testa rasata
somiglierà al mio cranio. Qui si schianteranno
gli aerei come sulle montagne,
cadranno i sogni.  La mia Patria con il cielo pelato
come un detenuto.

Il primo sabato agli arresti è una delle poesie composte mentalmente, per via della proibizione di tenere carta e penna in cella d’isolamento. L’arresto dà il via al periodo di terrore vissuto dallo scrittore, durato ben dieci anni: le vessazioni in carcere, gli interrogatori in piena notte, le urla affinché confessasse di aver scritto poesie contro il regime, un processo inesistente basato su una perizia siglata da altri intellettuali, che lo manda, ormai condannato, tra le grinfie di un tribunale fittizio. Anni di lavori forzati in compagnia della morte.

Persino dopo il 4° Plenum del Comitato Centrale, questo letterato ha continuato consapevolmente a seguire le orme di una poesia estranea per la nostra società e piena di idee politiche sbagliate, con concetti decadenti o “di sinistra” e apertamente influenzata dalla poesia modernista reazionaria. In tutte le varianti presentate in redazione, compaiono le stesse poesie, lo stesso concetto di poesia, a dimostrazione del fatto che ha continuato con convinzione a percorrere una strada politica e artistica sbagliata.

La fantasia malata, l’ambiguità e l’ermetismo, le pericolosi ambiguità con allusioni politiche, la concezione modernista sono alcune delle caratteristiche principali della sua poesia. Analizzando da vicino e approfonditamente la poesia di questo letterato, giungiamo alla conclusione che i suoi errori sono gravi e contraddicono l’intero sviluppo della nostra poesia del realismo socialista…

Così si apre la valutazione che definisce la sua poetica sbagliata, la poesia ermetica e frutto della visione di una persona non razionale. Due intellettuali condannano un poeta, poiché con le loro firme il carcere è cosa fatta. La poesia, quella che lo conduce in prigione, diventa l’unico mezzo, l’unica arma per non impazzire.

Scrivevo poesie nella mia mente per non impazzire; le memorizzavo e così facevo fare ai miei compagni. Le scrivevo mentalmente per poterle mettere nero su bianco un giorno, che ero certo sarebbe arrivato. La poesia mi ha dato fiducia, mi ha sostenuto di fronte alla morte e la fede, che ho acquisito in carcere, è stata la mia ancora di salvezza.

Le corna del cervo

Una corona di corna? Capriccio della Bellezza
sul cervo dell’estro corridore dei boschi.
Ecco, volge la testa, ma la corona
non entra nella cornice dei paesaggi.

E fugge tra fonti, per bere se stesso.
Sull’erba sotto le nuvole rivela l’aurea paura.
I rami crudeli spezzano le sue corna,
le avvincono, le frantumano, e corre ancora.

Il giorno respira con la bocca del cervo
principe del bosco che vogliamo prigioniero.
La corona della Bellezza (gli) porta a volte
la morte cui segue, spregevole, il fucile.

Le corna del cervo è un inno alla natura, alla sua forza e a quella dell’animale selvatico, che nonostante le violenze subite dall’uomo, continua a essere libero e forte, di una libertà che gli umani desiderano limitare. Si evince, da una nota inserita nella raccolta, che questi versi furono interpretati come una provocazione, a causa di alcuni elementi considerati allusivi per la realtà dell’epoca.

Sono diventati migliori i nostri carnefici?

Sono diventati migliori i nostri carnefici?
Non dico che sanno uccidere meglio,
ora che sono più ricchi
commerciano con l’estero, fuori dal destino.
Alimentano gatti, il cane nero. Li accarezzano
come per placare un peccato dimenticato.
Di volta in volta i rubinetti delle loro case
colano sangue
e quando sentono bussare,
per una paura impercettibile
mandano le mogli ad aprire la porta.
(Li hanno preceduti sempre)
(Come fiamme spente di fiaccole
nei corridoi bui).
Sono diventati migliori i nostri carnefici
perché i loro trucidati non sanno fare niente,
neppure educare.
Bruxelles, 18.3.1994

L’irrisolto e il perdono sono due concetti che, nella poetica e nella vita di Visar Zhiti,  vanno di pari passo. Nessuno ha pagato per quanto accaduto in Albania: il dittatore è morto, il regime è crollato e molti di quelli che hanno collaborato con il sistema, carnefici o a loro volta vittime, sono ancora in vita.

Io non voglio condannare nessuno, non desidero accusare, non odio. Quello che mi dispiace è che non abbiano mai chiesto scusa.

Queste espressioni di Zhiti sono a emblema di tutta la sua opera, in versi e in prosa. Nessun desiderio di vendetta, solo la necessità del senso di giustizia, ormai divenuta urgenza.

Perdono chi ha fatto del male a me, ma non posso perdonare chi ha fatto del male all’Albania. Devono chiedere perdono a quelli che sono sottoterra, non a me.

Sono dure le parole che il poeta spesso pronuncia, ma che racchiudono la sua idea di perdono: il fil rouge, che riporta all’esperienza personale, si rivolge a quella collettiva. Uno degli obiettivi di Zhiti si realizza quando, tramite la sua penna, dona voce a chi non ce l’ha fatta, ai suoi compagni di cella che sono morti, agli intellettuali giustiziati, a quelli che sono stati dimenticati dopo la scarcerazione. Il suo verbo è il loro, la sua penna è la loro.

Strade che scorrono dalle mie mani è la ricostruzione di un amaro percorso di vita, fatto di ombra e di luce, di dolore e di speranza, di abbattimento e di fede, di bellezza, quella ineguagliabile della poesia, manifestazione e arricchimento dell’anima.

Per me è una fortuna e un onore parlare di poesia, proprio io che sono stato condannato per le mie poesie.

 

Argomenti: Visar ZhitiElio Miracco
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