Gli anni della distensione

Le relazioni italiano-albanesi nella fase centrale della Guerra fredda

Gli anni della distensione
a cura di Paolo Rago

A conclusione della prima fase della ricerca avviata nell’ambito di un progetto triennale promosso dall’ambasciata d’Italia a Tirana sullo studio delle relazioni bilaterali durante gli anni della Guerra fredda, è stato edito nel 2017 il volume Una pace necessaria. I rapporti italiano-albanesi nella prima fase della Guerra fredda, redatto con il contributo di studiosi dei due Paesi che hanno svolto le loro ricerche presso differenti archivi italiani e albanesi, oltre che presso il Dipartimento di Stato di Washington e il Foreign Office.

A questa prima fase di indagine ne ha fatto seguito una seconda nel corso del 2018, alla quale hanno attivamente partecipato, come per la prima fase, studiosi di entrambi i Paesi.

Proseguendo nella già avviata analisi di approfondimento delle relazioni bilaterali, quest’ultima ricerca si è concentrata in maniera particolare sul periodo centrale degli anni della Guerra fredda, e più precisamente sul periodo che va dal 1961 al 1978. Per questa ragione, il presente volume – Gli anni della distensione. Le relazioni italiano-albanesi nella fase centrale della Guerra fredda – non può che essere considerato la naturale estensione del precedente.

Le motivazioni alla radice del nuovo lavoro di ricerca storica sono ravvisabili nel fatto che non si è voluto ritenere esaurito lo studio della complessità delle relazioni intercorse tra le due nazioni in un tempo non facile, caratterizzato da un irriducibile antagonismo ideologico, messo in atto soprattutto da parte del governo di Tirana, per quanto piuttosto sfumato rispetto al quindicennio precedentemente preso in esame. Infatti, la definitiva composizione di alcune questioni essenziali, quali la riparazione dei danni di guerra e l’atteso rientro in patria degli italiani trattenuti in Albania al termine del conflitto mondiale in un regime di semi-prigionia, aveva senza dubbio contribuito ad abbassare i toni del confronto tra i due Paesi, esponenti di due mondi assolutamente inconciliabili. Il riavvicinamento intrapreso e la pur stentata collaborazione, per di più limitata a pochissimi settori a causa di pretestuose ragioni da ricondurre a specifici posizionamenti della parte albanese, finirono comunque per contrassegnare l’apertura di una nuova fase politica che avrebbe portato al raggiungimento di un equilibrio più stabile nel delicato settore del Mediterraneo centrale.

Pertanto, allo scopo di contribuire a una maggiore conoscenza di una stagione senza dubbio feconda che a torto viene solitamente ritenuta poco significativa, se non addirittura irrilevante, per gli studi storiografici, si è ritenuto di perseverare sulla strada della ricerca iniziata gli scorsi anni. Questa ha finito per svelare – come del resto ci si aspettava – punti di grande interesse, meritevoli di essere posti nella dovuta evidenza, comprovando allo stesso tempo l’intuizione iniziale sull’importanza della ricerca stessa.

Per quel che riguarda l’elaborazione del presente lavoro, i nuovi studiosi che hanno contribuito alla sua realizzazione – insieme con altri già coinvolti durante la fase precedente – hanno svolto le loro ricerche nelle stesse istituzioni archivistiche già citate. Essi hanno poi elaborato adeguati contributi utili a illuminare svariati aspetti delle relazioni bilaterali, intessute con un certo successo a dispetto – come si è accennato – di una mutevole alternanza di posizioni.

Il professor Settimio Stallone, dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha analizzato in profondità gli anni che vanno dal 1961 al 1976, privilegiando lo studio della storia delle relazioni politico-diplomatiche tra Roma e Tirana. Superate definitivamente le principali questioni delle riparazioni belliche e del ritorno in patria dei cittadini italiani, militari e civili, trattenuti in Albania al termine del conflitto mondiale, i meno tesi rapporti ufficiali trovarono una più decisa canalizzazione nell’ulteriore incremento degli scambi commerciali. Il buon andamento di questi finì per produrre un progressivo processo di distensione che favorì la nascita e il successivo rafforzamento di relazioni di buon vicinato all’interno di un quadrante comunque inquieto della politica internazionale.

Il professor Luca Micheletta, della Sapienza Università di Roma, si è soffermato sul periodo temporale che va dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia (1968) fino alla mancata adesione dell’Albania al nascente sistema di sicurezza della CSCE (1975). In questi anni la diplomazia di Roma lavorò incessantemente, e purtuttavia invano, allo scopo di persuadere Tirana dell’importanza di prendere parte alla nuova organizzazione. Tale passo era infatti ritenuto, non solo dall’Italia ma anche da Jugoslavia e Grecia, un elemento fondamentale per il mantenimento della sicurezza nel Mediterraneo e garanzia di un definitivo allontanamento dell’URSS da quest’area, la cui incombente presenza era fortemente temuta anche dalla dirigenza albanese in seguito alla definitiva rottura con Mosca avvenuta nel 1961.

Il professor Alberto Basciani, dell’Università degli Studi Roma Tre, si è occupato dei numerosi tentativi – il più delle volte infruttuosi – esperiti dall’Italia negli anni Sessanta e Settanta allo scopo di aprire ulteriori canali di collaborazione con il regime di Tirana per mezzo della costruzione di relazioni culturali. Da parte albanese tale prospettiva venne però congelata almeno fino alla fine degli anni Sessanta, anche a causa del contenzioso relativo alla presenza sul suolo italiano di non pochi esuli anticomunisti schipetari. Pur essendo tale questione, nelle sue linee generali, in corso di superamento fin dalla metà di quegli anni, e pur avendo i reciproci rapporti raggiunto un maggiore equilibrio, il governo albanese continuò a mantenere una tetragona chiusura di fronte alla prospettiva di procedere su questa strada per il timore che con ciò potessero essere veicolate ideologie «borghesi» o antinazionali. Pertanto, la posizione italiana fu quella di attendere tempi migliori, senza rifiutare di dare spazio ad atti minori di collaborazione (per esempio concessione di borse di studio a favore di studenti universitari) con lo scopo di non far estinguere definitivamente la speranza di una futura evoluzione delle reciproche relazioni.

La professoressa Nevila Nika, rettore dell’Università Europea di Tirana, ha analizzato il mutamento avvenuto nel corso degli anni, per effetto delle evoluzioni politiche interne e internazionali, tra le posizioni sostenute dal Partito Comunista Italiano e quelle del Partito del Lavoro d’Albania. Pur essendo provata una sintonia post-bellica tra le due formazioni comuniste, questa venne scemando a seguito della morte di Stalin e della successiva salita al potere da parte di Nikita Chrušëv, autore della cosiddetta «politica di destalinizzazione». Ritenuta dalla dirigenza albanese un pericolo mortale per la propria sopravvivenza, essa segnò senza dubbio una cesura nel contesto internazionale che portò, tra le altre cose, a un irrigidimento sempre più forte da parte di Enver Hoxha delle sue posizioni di guardiano dell’ortodossia comunista mondiale. L’Albania non tardò allora a sconfessare l’amicizia, pur travagliata, con Palmiro Togliatti e, negli anni seguenti, non esitò a tagliare i ponti con il nuovo segretario del PCI, Enrico Berlinguer, portatore di una nuova visione nelle relazioni con l’URSS, tacciato senza appello di revisionismo e di essere un nemico del comunismo.

La professoressa Sonila Boçi, membro dell’Accademia di Studi Albanologici di Tirana, e il dottor Nicola Pedrazzi, giornalista pubblicista, coautore di un saggio insieme al professor Ylber Marku, ricercatore dell’Università di Xiamen (Cina), hanno descritto il reciproco processo di avvicinamento, avvenuto negli anni Sessanta, tra il Partito del Lavoro d’Albania e il Partito Marxista-Leninista d’Italia. I due capitoli hanno affrontato lo stesso tema, prendendo rispettivamente in considerazione l’ambito albanese e il contesto italiano e mettendo in luce le peculiari caratteristiche di entrambi. Muovendo dall’analisi degli obiettivi politici che entrambe le forze intendevano perseguire per dar vita ai propri ideali, di fatto paralleli ma non coincidenti se non sotto l’aspetto unificante di appartenenza a un’ideologia politica di stretta osservanza marxista, i contributi dei tre studiosi hanno provato a decifrare una condizione probabilmente inedita nell’intera politica mondiale. La ricerca di una sponda estera, oltre a quella cinese, che desse al partito di Hoxha la possibilità di accrescere il novero dei sostenitori al suo regime – nello specifico in Italia – e il raggiungimento di una rilevanza politica internazionale da parte della formazione extraparlamentare italiana, che si vide quasi inaspettatamente lanciata a valicare le ridotte prospettive domestiche, avevano portato le due forze a dar vita a un’alleanza squilibrata e del tutto sui generis. Essa si rivelò comunque funzionale ad entrambe le formazioni, e al suo interno anche la Cina di Mao poté trovare, pur se per un tempo limitato, una sua proiezione politica nel continente europeo.

Il professor Luca Riccardi, dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, esaminando soprattutto la documentazione depositata al MAE e attinente alle drammatiche persecuzioni religiose messe in atto in Albania, ha posto in luce uno specifico aspetto del regime comunista di Tirana, fino ad oggi poco approfondito, per mezzo di una diligente analisi storica. Singolarità del regime albanese fu la feroce persecuzione operata nei confronti delle fedi storicamente esistenti nel Paese. Iniziata nel 1945, la politica di ostilità del nuovo Stato comunista contro la religione venne attuata nel corso di un ventennio in varie fasi temporali e con l’assunzione di molteplici misure. Pur salvaguardando formalmente l’indipendenza di ogni tipo di confessione, essa finì in realtà per limitare sempre più la stessa libertà di culto e la libertà individuale dei ministri e dei semplici fedeli appartenenti alle diverse religioni. Sull’onda della Rivoluzione culturale cinese, Hoxha volle poi, nel 1967, dare definitivamente fondo ai «residui della superstizione». Attraverso una «campagna d’azione giovanile» vennero allora chiusi fisicamente moltissimi luoghi di culto e imprigionati altrettanti membri delle comunità, fino a che fu inserito nella Costituzione del 1976 il concetto di ateismo di Stato, provvedimento quest’ultimo mai osato neanche in Unione Sovietica.

In ultimo, il professor Edon Qesari, dell’Università Mediterranea di Tirana, ha preso in esame la presenza in Italia dei fuoriusciti anticomunisti albanesi, tra i quali non si annoveravano solo gli ex collaborazionisti del regime fascista, espatriati al momento della presa del potere da parte di Hoxha, ma anche sostenitori di svariate ideologie politiche. Rifugiatisi oltre Adriatico, costoro avevano dato vita a numerose associazioni, spesso in contrasto tra loro sugli obiettivi da perseguire, che generalmente miravano alla caduta del governo comunista soprattutto attraverso la lotta armata. Per più di un decennio, molte di queste associazioni vennero sovvenzionate dal governo italiano, che ad esse guardò fino a quando prevalse definitivamente la scelta di non cedere a richiami di tale natura ma, al contrario, di salvaguardare e addirittura fortificare il regime di Hoxha quale fattore di stabilità dell’area.

Al termine di questa breve introduzione, mi preme ancora una volta sottolineare che la ricerca che ha prodotto i risultati raccolti in questo nuovo volume è stata utile nello sgombrare ulteriormente l’orizzonte delle relazioni italiano-albanesi contemporanee da ambigui pregiudizi ed equivoche interpretazioni. Non vi è dubbio infatti che tali costituenti avversino un’esatta comprensione degli avvenimenti accaduti e, in ultimo, impediscano di cogliere la complessità delle relazioni esistenti all’interno di una lunga, comune storia di vicinanza. I contributi presenti in questo lavoro – come del resto quelli contenuti nella precedente pubblicazione – hanno dunque l’ambizione di presentare agli studiosi della materia e ai comuni lettori una più chiara prospettiva degli articolati rapporti tra Italia e Albania. Al contempo, proprio l’innegabile esistenza di tali rapporti, pur nell’alternanza delle fasi storiche, conferma – se ce ne fosse bisogno – che essi hanno dato forma a un unicum relazionale tra i due Paesi difficilmente riscontrabile in altre realtà su scala mondiale.

Paolo Rago

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Presentazione del libro

Questo libro si concentra sui rapporti tra Italia e Albania negli anni centrali della cosiddetta Guerra fredda.

La definitiva composizione di alcune essenziali questioni, quali la riparazione dei danni di guerra e il rientro in patria degli italiani trattenuti in Albania al termine del conflitto mondiale, aveva contribuito ad abbassare i toni del confronto tra i due Paesi, allora ideologicamente contrapposti.

Il riavvicinamento intrapreso, seppur graduale, contrassegnò l’inizio di una nuova fase politica e di un equilibrio più stabile nel Mediterraneo centrale. Gli studi raccolti analizzano questi anni di transizione, dal 1962 al 1978: dai tentativi messi in atto dall’Italia per aprire canali di collaborazione con Tirana attraverso la costruzione di relazioni culturali al mutamento avvenuto, per effetto delle evoluzioni politiche interne e internazionali, delle posizioni sostenute dal Partito Comunista Italiano e dal Partito del Lavoro d’Albania; dalle drammatiche persecuzioni religiose messe in atto in Albania nei confronti delle fedi storicamente presenti nel Paese alla presenza in Italia dei fuoriusciti anticomunisti albanesi.

Dettagli

Autori Vari
Genere: Storia e memoria
Editore: Editori Laterza
Anno di pubblicazione: 2019
ASIN: 8858135490
ISBN: 9788858135495
Prezzo €: 20
Prezzo eBook €: 11,99

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